Spese militari e difesa comune: l’Europa reggerà alle richieste NATO?

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Tra il 24 e il 26 giugno a L’Aia si terrà il vertice NATO. Si tratta di un appuntamento importantissimo per i 32 Paesi membri dell’Alleanza atlantica perché, essenzialmente, si parlerà di soldi. Soldi intesi come investimenti in difesa, ovviamente. È un appuntamento che arriva mentre il mondo guarda al Medio Oriente col fiato sospeso. Ma il mondo guarda con la stessa angoscia anche agli USA, potenza egemone della NATO e del mondo e al suo imprevedibile presidente.  L’incertezza del contesto internazionale costringe l’Europa a fare i conti con se stessa. E per “fare i conti” non si intende solo un modo di dire. La settimana prossima a L’Aia, l’America chiederà all’Europa di contribuire di più, in altre parole, di spendere di più in armamenti. Ciò non significa un disimpegno americano nei confronti dell’Alleanza atlantica, ma che non è più disponibile a mettere a disposizione l’ombrello della sua difesa ogni volta che ce ne sia bisogno. 

È questa la premessa con cui si è aperto uno dei tanti (forse troppi) panel del Festival dell’Economia di Trento, a cui siamo riusciti a partecipare.  Di questo specifico panel ci pare utile scrivere qui. Abbiamo aperto con il vertice NATO e con le richieste che – molto probabilmente – gli USA faranno agli alleati. Spendere di più in difesa, dicevamo, il 3%, il 3,5%, addirittura il 5%. Un’enormità.  Gli Stati UE dovranno, in qualche modo, venire a patti. L’Europa sarà costretta a – quantomeno – andare incontro alle pretese dell’alleato, che per 75 anni ha permesso loro di rimanere in una posizione confortevole. 

Ecco perché il panel dal titolo “Prima gli investimenti nella difesa o prima l’esercito europeo?” può venirci in soccorso nel fare il punto della situazione. 

Nella discussione, diverse prospettive sono state messe a confronto. La prospettiva militare presentata dal generale Vincenzo Camporini, quella economica di cui ha parlato la prof.ssa Veronica De Romanis, il punto di vista giuridico del prof. Federico Fabbrini e quello politico-economico delle crisi con il prof. Francesco Nicoli. L’evento è stato moderato dalla giornalista economica del Corriere Giuliana Ferraino. 

Esercito europeo o eserciti integrati: questione di priorità.

Da un punto di vista militare, la scelta fra esercito europeo o investimenti in difesa sembra non lasciare spazio a grandi dubbi. L’esercito europeo è una prospettiva di lunghissimo periodo e non può aiutare l’Europa nell’immediato. 

Non che manchino proposte giuridiche, anche creative, ripescate negli annali di storia europea. Il prof. Fabbrini, ad esempio, racconta che la proposta di dotare l'Europa di un proprio esercito difensivo va al cuore dell'idea di integrazione europea. Nel 1952, gli Stati fondatori – Italia, Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo – firmarono un trattato che avrebbe dovuto dare avvio alla comunità di difesa europea (CED). La CED prevedeva un esercito comune, finanziato da un bilancio comune e sottoposto a un governo sovranazionale con legittimità democratica. L’esercito della CED sarebbe stato nell’Alleanza Atlantica e aperto all'adesione di altri membri. 

Nonostante la firma dei sei Paesi, quel trattato non entrò mai in vigore. Italia e Francia non ratificarono il trattato. Il resto è storia. Nel '55 la Germania entrò nella NATO e nel '56 presero avvio i trattati di Roma per la comunità economica. Insomma, alla fine si optò per il piano B. 

Perché potrebbe essere utile riprendere in mano quel trattato dopo più di 75 anni? La CED, spiega Fabbrini, costituirebbe una proposta interessante perché richiama le esigenze e le soluzioni che oggi si discutono in prospettiva futura. 

Nel breve periodo, afferma il gen. Camporini, è realistico mettere in pratica una soluzione basata sul modello di integrazione della NATO. La NATO è dotata di un sistema di comando e controllo ed è composta dalle forze militari messe a disposizione dai suoi membri. 

Per essere in grado di replicare quel modello è essenziale che i vari Paesi dispongano di capacità in grado di integrarsi fra loro, cioè di lavorare insieme. Per lavorare insieme bisogna avere una visione comune, un disegno generale che guidi gli investimenti in difesa di tutti i Paesi UE. 

Gli ostacoli all’integrazione 

Il processo di integrazione è ostacolato da diversi fattori. L'Europa è nata dall'intenzione di creare un mercato comune, ma questo non vale per i prodotti della difesa. Di conseguenza, il primo ostacolo è la frammentazione dell'industria della difesa su base nazionale. Questo significa che gli equipaggiamenti dei vari eserciti europei sono tutti diversi. Da ciò deriva uno svantaggio economico, perché una produzione su base nazionale non consente di godere del vantaggio sui prezzi offerti dalle economie di scala. Per intenderci, gli equipaggiamenti prodotti in Europa sono molto più costosi di quelli degli Stati Uniti. 

Cosa potrebbe fare la UE? 

I vantaggi degli acquisti congiunti o coordinati in difesa, porterebbero al risparmio economico, a una maggiore interoperabilità fra eserciti e, potenzialmente, anche a uno stimolo nello sviluppo tecnologico. 

Il prof. Nicoli spiega che le resistenze ad acquisti coordinati, però, nascono proprio a livello politico. Questo perché esistono legami molto forti tra governi nazionali e grandi complessi industriali ed è difficile pensare che questi legami vengano scardinati nel breve periodo. 

D'altra parte, l'industria della difesa vive una fase di aumento della domanda. Se si considera poi la transizione tecnologica, lo spazio per nuove startup dal forte potenziale tecnologico è enorme. Questi nuovi soggetti non hanno le classiche connessioni con i governi nazionali. Così la UE ha l'opportunità di puntare su acquisti congiunti a partire da queste realtà, sperando che la grande industria si adegui. 

Ecco perché il ruolo della UE è fondamentale. La UE è l'unica istituzione che potrebbe avere la capacità di persuasione necessaria per convincere le industrie a mettere da parte i nazionalismi e i pretesti accampati per evitare di collaborare con le altre aziende. 

Inoltre, esistono già strumenti europei di cooperazione che potrebbero essere usati efficacemente. Ne è un esempio l'European Defence Fund (EDF) che, attualmente, è sottofinanziato. Se la volontà politica fosse quella di rendere efficaci strumenti come questo, sarebbe davvero in grado di costringere gli amministratori delegati a investire e lavorare in modo integrato. 

Ecco perché non si tratta di un problema industriale, ma di volontà politica, che ha il dovere di riprendere in mano il controllo decisionale e indirizzare la politica industriale. 

Scelte di politica economica

Il mercato unico europeo impone regole comuni. Le regole UE non riguardano il come spendere – la politica economica è competenza di ciascuno Stato membro – ma mettono dei limiti alla spesa. I limiti imposti sono il 60% di debito rispetto al PIL e il 3% sul disavanzo. 

La pandemia ci ha dimostrato che queste regole possono essere allentate o sospese in casi eccezionali. Oggi il “caso eccezionale” è la politica di Donald Trump, che impone all’Europa di fare investimenti in difesa. 

La Commissione ha proposto di dare dei margini di spesa agli Stati per questi investimenti mettendo in campo il programma ReArm Europe (oggi Readiness 2030). 

Le opzioni di Bruxelles 

La prof.ssa De Romanis illustra quali sono le opzioni sul tavolo. La prima è quella di spendere con il debito nazionale fino a un 1.5% del PIL (per l'Italia sono 30 miliardi) fino al 2030. 

L'altra opzione è il programma SAFE, che permette di usare debito europeo – cioè garantito dagli Stati UE – fino a 150 miliardi. 

I mercati finanziari, cioè i compratori del debito, garantiscono che l'Europa sia in grado di dare debito. Ma gli stessi mercati finanziari avvertono Paesi poco virtuosi, come l'Italia, che smetteranno di garantirli a causa del debito troppo elevato (il debito italiano è del 135,3% del PIL). Il che frena gli investimenti. 

Il prof. Fabbrini riporta che è opinione diffusa che il programma SAFE non verrà utilizzato dagli Stati, mentre la richiesta di deroga al Patto di stabilità e crescita per gli investimenti in difesa verrà avanzata solo da 16 Stati su 27. Questi 16 Paesi costituiscono il 40% del PIL complessivo della UE, di cui il 35% si riconduce alla Germania. Gli altri 15 Stati sono Paesi piccoli. Si può quindi concludere che ciò non fornirà maggiore capacità di deterrenza all'Europa.

Tenendo presente che la NATO ci imporrà degli obiettivi di spesa, che non possono essere ignorati, una delle priorità strategiche rimarrà comunque la difesa. 

De Romanis afferma che la difesa non richiede una rinuncia al welfare, ma pretende una gestione migliore delle risorse disponibili. In due parole: spending review

Affrontare la crisi permanente

Insomma, ogniqualvolta si presenta una crisi, gli Stati riconoscono l’importanza dell’Europa. Tant’è che il prof. Nicoli afferma che la crisi in Ucraina ha aperto una finestra di opportunità per la UE. Ma all’invasione russa sono legate molte crisi: la sicurezza energetica, la sicurezza marittima e sottomarina dei cavi e delle gasdotti e la questione dell'intelligence.

Assistiamo a crisi multiple o a una situazione di crisi permanente che costringono l'Europa ad agire in ottica di una sempre maggiore integrazione. Gli effetti di breve periodo portano le istituzioni a cercare soluzioni immediate, ma sono effetti che alla lunga tendono a svanire. 

La prof.ssa De Romanis sottolinea l’esempio del Next Generation EU. Quel programma ci offre uno spunto di riflessione su come la classe politica europea sia in grado di agire a favore dell’integrazione, ma anche come, preoccupata dalle opinioni pubbliche nazionali, freni questo processo. La chiave sta nella “temporaneità”: dato che il Next Generation EU è un piano temporaneo (si concluderà nel ’26), offre una giustificazione da usare con le opinioni pubbliche degli Stati più virtuosi.

Ecco perché la proposta dell’eurobond – un debito davvero comune – oggi è inapplicabile: richiederebbe un fisco comune e un ministro dell'economia comune. Tutti elementi di un processo politico complesso e irreversibile. Al momento, le soluzioni temporanee sono le più praticabili. 

Nicoli ricorda che di una crisi rimangono gli effetti di lungo termine, quelli strutturali. Ne è un esempio il fatto che oggi i cittadini dei Paesi europei hanno molta più propensione a considerarsi cittadini europei. 

L’opinione pubblica sulla difesa europea

Una ricerca condotta anche dal prof. Nicoli, che risale alla fine del 2022, sulla possibilità di una difesa comune ha permesso di delineare dei contorni molto specifici del tipo di difesa che l’opinione pubblica europea ha in mente. 

In primo luogo, i cittadini hanno espresso assoluta contrarietà al meccanismo decisionale dell'unanimità rispetto alla difesa. È un dato che può apparire sorprendente visto che l'unanimità rappresenta la garanzia della sovranità nazionale di ciascuno Stato membro. Eppure i cittadini europei riconoscono l’inefficienza della UE in questo sistema decisionale. 

Come avverte la De Romanis, qualora si decidesse di rinunciare all'unanimità decisionale, bisogna però essere disposti all’eventualità di trovarsi in minoranza. Questo implica l’accettazione di strumenti e decisioni che non sempre sono ottimali per il proprio Paese. In altre parole, la rinuncia all’unanimità richiede una grande maturità politica da parte degli Stati. 

Tornando alla ricerca, i cittadini europei si dicono favorevoli all'acquisto congiunto di armamenti, ritenuto molto più efficace di quello statale. 

Il terzo elemento riguarda la spesa in difesa: l'opinione pubblica europea non intende aumentare il livello di spesa, ma ritiene che le risorse attuali vadano incorporate a livello europeo. L'ultimo dato riguarda una preferenza ridotta per un vero strumento di difesa comune, cioè di una forza armata limitata. 

Questione di volontà politica

In attesa di capire gli sforzi che la NATO chiederà agli Stati dell’Alleanza e quali saranno le reazioni di questi Stati, gli esperti del panel sembrano concordare sul fatto che, ad oggi, l'Europa non ha voce per influire sulle scelte di Washington. Ecco perché si ritrova a subire quelle decisioni. 

La loro conclusione è che sia diventata prioritaria la costruzione di un pilastro europeo della difesa all'interno della NATO, che garantisca un ruolo all'Europa e una sua indipendenza. 

Per farlo sono necessarie volontà politica e una comunicazione trasparente con i cittadini europei. L’Europa sarà pronta ad assumersi questo impegno? 

Maddalena D'Aquilio

Laureata in filosofia all'Università di Trento, sono un'avida lettrice e una ricercatrice di storie da ascoltare e da raccontare. Viaggiatrice indomita, sono sempre "sospesa fra voglie alternate di andare e restare" (come cantava Guccini), così appena posso metto insieme la mia piccola valigia e parto… finora ho viaggiato in Europa e in America Latina e ho vissuto a Malta, Albania e Australia, ma non vedo l'ora di scoprire nuove terre e nuove culture. Amo la diversità in tutte le sue forme. Scrivere è la mia passione e quando lo faccio vado a dormire soddisfatta. Così scrivo sempre e a proposito di tutto. Nel resto del tempo faccio workout e cerco di stare nella natura il più possibile. Odio le ingiustizie e sogno un futuro green.


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