Sapere che siamo tutti interdipendenti

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Credo che dopo le bellissime testimonianze dei due alpinisti io non sia in grado di raccontarvi episodi altrettanto emozionanti, capaci di farci intuire il respiro vivificante della montagna. Per forza vi riporterò a terra, alla strada. Quella strada di cui le ruote della mia carrozzina conoscono bene gli avvallamenti, le buche, le asperità, l'asfalto liscio, la terra battuta, le salite, le discese. Il paragone viene spontaneo: la strada, come la montagna, allude alla vita. E la vita, per essere tale e non semplice sopravvivenza, rimanda ancora a qualcosa di ulteriore, a una meta, a un ideale, a una vetta. Senza questi presupposti rischiamo un'esistenza insignificante.

Penso che ogni alpinista, prima di scalare una montagna, guardi a lungo la cima. Sogni ripetutamente di essere là. Dal basso osserva il crinale, i possibili punti di sosta, i passaggi più duri. Se dovrà scalare una parete di roccia ripeterà molte volte nella sua mente il tracciato che dovrà seguire e si concentrerà sugli appigli e sui possibili rischi. Poi preparerà l'equipaggiamento, si informerà sulle condizioni meteorologiche previste, cercherà un compagno, farà parte di una spedizione oppure si avventurerà da solo in un corpo a corpo con la montagna.

Così è la vita. Di ognuno. Si parte da condizioni diverse certamente ma il sentiero tracciato da percorrere è in fondo uguale per tutti. È ovvio che chi parte da una situazione di disabilità è svantaggiato di fronte a un mondo che corre, che non ha tempo per gli altri. È svantaggiato a livello fisico, per problemi motori o psichici, ma rischia di essere svantaggiato al livello mentale, interiore per quel sottile senso di inadeguatezza, per quel marchio indelebile di differenza, di anormalità che inevitabilmente si porta dietro.

Personalmente fin da bambino ho avuto sempre in mente una vetta da raggiungere, un progetto da perseguire: quello di dimostrare a tutti che potevo essere simile agli altri e per certi aspetti più bravo. Non essere un genio da esaltare, non un poveretto da compatire. Non un eterno infante da accarezzare, non un modello da prendere ad esempio. Essere me stesso e basta. All'inizio studiare, poi potermi esprimere attraverso la scrittura, poi lavorare. Ecco le cime che sognavo. E a lungo dal basso pensavo a quale sentiero percorrere. Mi sono accorto che dovevo essere io ad aprire una nuova via. Mi sono avventurato da solo, certo con l'equipaggiamento che la mia famiglia mi aveva preparato.

Penso che in cordata la scalata sia più facile. Come testimonia la vostra associazione e le iniziative che avete messo in campo in questi vent'anni. Tuttavia occorre sempre cercare le energie dentro di sé per poi aprirsi agli altri. Stereotipi di sesto grado devono essere superati. Che si ritrovano a volte in famiglia, ma molto più spesso nella società esterna. È importante misurare anche i propri limiti perché la cosa più ridicola che può accadere a un disabile è quella di dover scimmiottare i normali nelle loro imprese. È un discrimine molto sottile che intercorre tra un limite oggettivamente insuperabile e un limite artificiale posto dalla mentalità corrente e causato da deficit culturali. Limiti imposti che dicono: non lo puoi fare, a prescindere. Limiti mentali per cui a un disabile dovrebbe essere sufficiente sopravvivere, riempire il tempo, non essere abbandonato. Per certe situazioni probabilmente raggiungere questi obiettivi minimali è già un successo. Ogni persona segue i suoi percorsi.

Con fatica sono riuscito a fare ciò che desideravo, studiare e scrivere. Potrebbe sembrare strano che da qualche mese io scriva di politica internazionale per Unimondo. Qui devo spezzare una lancia in favore delle nuove tecnologie: senza Internet, senza la posta elettronica io non potrei fare il mio lavoro. In nessun modo. Grazie alla possibilità di girare il mondo virtualmente e di avere informazioni in tempo reale, scrivo articoli sulle principali questioni che riguardano ambiente, diritti, pace, democrazia... lascio ad altri stabilire se scrivo articoli interessanti. Voglio appunto essere criticato. Come è normale. E così avviene con la squadra di Unimondo: ci sono articoli che piacciono, altri meno come accade in ogni redazione. Sono trattato come un normale collaboratore. Questo, credetemi, non accade in molti altri luoghi.

Certamente non voglio affermare che sia la stessa cosa viaggiare per davvero, conoscere paesi e persone andando a vivere insieme a loro, e cercare di capire le situazioni attraverso i siti Internet. Però se non si ha il cuore aperto e gli occhi spalancati anche i viaggi e gli incontri possono non servire a nulla. Bisogna possedere uno spirito di compartecipazione e di solidarietà. Sapere che siamo tutti interdipendenti. Avere la fantasia di andare oltre gli stereotipi precostituiti. E soprattutto coltivare la propria sensibilità interiore. Credo che questi siano alcuni atteggiamenti che animano l'azione di Allergia. E sono questi atteggiamenti che cerco di avere nel mio lavoro di giornalista.

Piergiorgio Cattani (intervento tenuto a Ravina di Trento per il ventennale del centro culturale “Allergia”)


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