Laghestel (Trentino), la fragilità dell’uomo e della natura in dialogo

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Laghestel. Il solo nome è carico di storie, alcune come favole, altre attorcigliate tra la terra e le radici degli alberi che abitano questo luogo. Per raccontarle occorre scavare nel passato e nelle tracce che sul nostro presente ha lasciato. Occorre esplorare i luoghi con tutti i sensi, oltre la vista. Ascoltare i suoni e i fruscii, annusare l’umido della sera, toccare le cortecce e le foglie bagnate dalla pioggia, assaggiare i frutti del bosco, aprire il cuore. È questo che ha proposto un venerdì d’estate AbC I.Ri.Fo.R. del Trentino, realtà nata nel 2008 dalla fusione tra la Cooperativa Sociale IRIFOR del Trentino Onlus e l’Associazione AbC Onlus come polo servizi per la disabilità visiva e uditiva, integrato da una serie di proposte di attività di informazione e sensibilizzazione rivolte a tutta la popolazione per contribuire a costruire una società realmente inclusiva nei confronti della disabilità sensoriale, sia visiva che uditiva.

Una di queste esperienze, che coinvolge insieme ciechi e normovedenti, esplora paesaggi esteriori e interiori e lo fa con il supporto di Luca Stefenelli, accompagnatore di media montagna tra i fondatori di Montanamente, persona non solo qualificata e preparata, ma anche ricca di una sensibilità fuori dal comune che accarezza la natura e la poesia, le vulnerabilità e le rocce.

Il temporale che fino a poco prima ha minacciato l’annullamento dell’uscita si è aperto a un cielo e a un tramonto gravidi di colori: siamo una decina e ci inoltriamo nel biotopo con passi leggeri, come se i nostri piedi sapessero che devono parlare sottovoce sul sentiero.

Le soste non sono per il fisico (il percorso è molto semplice e adatto a tutti), ma necessarie all’anima: attraversiamo un campo concimato, immergendoci negli odori degli animali e delle piante, per stendere lo sguardo come lenzuola all’aria della sera su una distesa di cariceti (piante erbacee perenni, con foglie allungate di colore verde chiaro, fiori e spighe, proprie dei luoghi umidi), cannucce di palude, prati umidi. Ci addentriamo in una pineta che sulla corteccia rossastra dei pini silvestri riflette il lavoro dell’uomo sul bosco e il sole che cala dietro le Dolomiti di Brenta. Ci fermiamo intorno ai massi erratici, dal nome romantico che risuona di fiabe e di viandanti, e che un po’ viandanti in effetti lo sono: trasportati lì da movimenti secolari dei ghiacciai che un tempo ricoprivano quest’area, ora restano silenziosi e immobili testimoni di una storia scritta nella terra e nel paesaggio. Guardiamo i cristalli lavici del porfido, tra le rocce effusive più antiche, che costituiscono la piattaforma porfirica atesina. Ci raccogliamo in silenzio sperando di sentire il canto del porciglione, piccolo e riservato uccello di palude, specie protetta dai colori accesi, o dell’allocco, che ora che è calato il buio si appresta alla sua notte indaffarata di voli e caccia.

E’ un posto che, in qualche modo, ti protegge il cuore. Sarà perché questo biotopo, una “conca torboso-palustre” che un tempo era un lago, ora quasi completamente intorbato, è esso stesso tre volte protetto? Già nel 1974, infatti, il Comune di Basegla di Piné lo pose sotto tutela come Riserva Naturale, impedendo gli sforzi di bonifica che hanno sempre spinto l’uomo a piegare la natura a suo uso e consumo (estrazione della torba, scavo di fossi e canali, colture di cavoli e patate) e riconoscendone così l’elevato valore naturalistico. Con questa decisione il Comune divenne precursore in Italia di quell’attenzione alla sostenibilità ambientale e alla sua cura, che fu poi formalizzata da Provincia e Unione Europea e che fa capo a leggi specifiche di tutela per i piccoli territori, appunto i biotopi (L.P. 14/86, Rete Natura 2000). Quello del Laghestel, caratterizzato in particolare dalla fragilità della torbiera, raccoglie una ricchezza biodiversa che lo rende un luogo magico, anche se con una semplice passeggiata al calar della sera non se ne decifra ogni sfumatura: ma sapere che ospita 129 specie, alcune di queste molto rare e origine di fenomeni non comuni come l’arrossamento estivo delle sue acque (presenza di un’alga unicellulare, l’Euglena sanguinea) mette il cuore in ascolto. E’ una varietà che fa il paio con quella della fauna, soprattutto per quanto riguarda le specie acquatiche, sempre più rare per la distruzione dei loro ecosistemi: qui si riproducono ben 7 specie di anfibi, più della metà dell’intera fauna anfibia della provincia. Si tratta evidentemente di un luogo delicato da salvaguardare e rispettare, come altri che nei nostri territori spesso non rileviamo o che passano inosservati alle nostre passeggiate distratte. Ma che sono un modo per conoscere e conoscersi nel contatto con la natura e con gli altri, che resta sempre un tocco leggero di mani e di spiriti, di foglie e di occhi, un incontro di vulnerabilità che solo nel riconoscersi trova la sua forza. Prossimo appuntamento dunque il 6 settembre nella forra del fiume Fersina, se ne avrete l’occasione, siateci.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il progetto indipendente www.ecoselvatica.it per la divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice CSEN di Forest Bathing. Ha pubblicato i libri Ventodentro (2020) e Come perla in conchiglia (2024). Per la testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.


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