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Intervista a Fabio Pipinato, cooperante di lungo corso, che riflette sulla crisi dell’idea di una reciproca collaborazione tra gli stati.
Dottor Pipinato, la possiamo chiamare “veterano” della cooperazione internazionale?
Veterano fa rima con anziano. Congedato. Con qualche benefit post guerra. In realtà non frequento più il “field” se non per qualche missione di valutazione. La cooperazione ha però anche bisogno dei “desk” e, quindi, di meno giovani in patria che scrivano e rendicontino i progetti. Una barba infinita che però ci aiuta a rivalutare (a posteriori) coloro che, mentre noi eravamo sul campo, stavano dietro la scrivania a fare il lavoro amministrativo.
E cosa ha imparato da queste situazioni?
Non c'è un solo modo di fare cooperazione ma un'infinità di modalità; si va dal caritatismo unilaterale, ahimè ancora molto presente, al community based che ha come slogan: “nothing about us without us”! La cooperazione è una scuola di vita; t'insegna il ruolo di gregario; insomma a “lavorare per essere inutili”.
In questi 25 anni il mondo si è frammentato diventando più caotico e quindi più pericoloso. Perché?
Sta prevalendo la cultura del “first”. Prima la mia nazione, la mia città, la mia famiglia e quindi io. Non si tratta solo di nazionalismo ma di sottocultura mediatica. Il narcisismo social ci mette al centro del mondo; poi quando ho guardato a sufficienza me stesso allargo lo sguardo a cerchi concentrici. Ciò non aiuta ad avere una visione d'insieme quanto più necessaria con la globalizzazione.
Lei è un fautore degli organismi sovranazionali. Ci crede ancora?
Gli amici, scherzando, mi chiamano PipiOnu...anzichè PipiNato. Credo in tutto ciò che mette, attorno allo stesso tavolo, sensibilità diverse. G7, Organizzazioni regionali come UE, UA, OSA e Lega Araba sino a scendere fino alle cooperazioni transfrontaliere come l'Euregio. Pur trovandomi spesso da solo tra le ONG... credo anche nelle cooperazioni economiche come CETA e TTIP perché bisogna sempre avere presenti i numeri. Cindia (Cina + India) sono un terzo dell'umanità e noi atlantici un terzo di loro.
Perché la cooperazione internazionale è in crisi?
Sono gli Stati (armati, confinari, burocrati, nazionalisti) del “first” che fanno mancare agli organismi internazionali le risorse per operare. Anche il governo Conte 1 aveva fatto mancare fondi per 32 milioni all'anno alle Nazioni Unite, all'Osce, al Consiglio d'Europa. Bush figlio criticava il nostro Ministro degli esteri Andreotti, detto “Giulio d'Arabia”, reo di spendere troppi soldi per tavoli di mediazione in Medio Oriente. Questi furono chiusi con la morte dello Statista. E abbiamo visto le conseguenze. Siria, in primis. Ma vi do una buona notizia. Credo che Visegràd Group non avrà successo perché a forza di combattere la cooperazione mancherà loro la capacità di cooperare. Cosa che, invece, è il “modus operandi” dell'Unione Europea.
Nei giovani ha speranza oppure anche le mobilitazioni sull’ambiente sono fuochi di paglia?
Non lo so. Sarà la storia a dirlo. Una cosa è certa: noi 60enni abbiamo fallito. Abbiamo consegnato loro un mondo meno abitabile di quello che i nostri nonni ci avevano affidato. Non resta che sperare con i giovani, incoraggiarli e cambiare quanto prima il nostro stile di vita.
Perché si fa cooperazione internazionale?
In una precedente intervista a cura dell'amico Stefano Pollini scrissi che la cooperazione dev'essere impura, egoista, triste e rendersi inutile. Impura perché si sporca le mani e scende sempre a compromessi con l'altra cultura. Egoista perché antepone la communitas (che spesso troviamo nelle comunità dei Sud) all'immunitas (spesso presente a Nord tant'è che rende difficile la relazione con il vicino sia di pianerottolo che di altra cultura), triste perché, assieme ai migranti, i cooperanti vivono più mondi e non appartengono in fondo a nessuno di questi e inutile in quanto se v'è necessità nel medio-lungo periodo ancora della nostra presenza....abbiamo ulteriormente fallito.
Ci parli dell’ultimo progetto che vede Ipsia cooperare in Mali.
Si titola DOGON e narra del popolo della falesia in Mali. Trattasi di uno dei posti più affascinanti, paesaggisticamente e culturalmente, del pianeta tant'è che i migliori antropologi al mondo, da Marcel Griaule al nostro Marco Aime, l'hanno abitato. Un popolo che ha una sua originale visione cosmogonica delle cose, della vita e un sapere infinito. Vi sarà un fitto programma di appuntamenti culturali per conoscere i Dogon accompagnati da una mostra di artigianato: porte, finestre, statue, gioielli che provengono da quella terra.
Significa che possiamo imparare anche da “loro”?
Ogotemmêli era un anziano non vedente che seppe della presenza in capitale Bamako (800 km dalle terre Dogon) di un bianco che ascolta e non parla. Cosa quasi impossibile nel mondo di “salvatori bianchi” che arrivano nelle terre povere africane “a spiegare”. Ebbene, qui s'invertirono le parti: fu Ogotemmêli a narrare la cultura Dogon all'antropologo Marcel Griaule e ne sortì quel capolavoro di libro che è “Dio d'acqua. Incontri con Ogotemmêli” di cui suggerisco la lettura.
Forse dovremo dire che la cooperazione internazionale è più utile a “noi” che a “loro”…
Mentre l'occidente, al di qua e al di là dell'Atlantico, è stato invaso dal virus nazionalista del “first” in Africa è avvenuta (entro il 2019) l'Unione doganale e di libero scambio. Seguirà un'unione monetaria e un'Unione politica. Certo; in tempi generazionali rispetto all'efficacia e all'efficienza occidentale. Ma va bene così.
Aiutiamoci insieme a salvare il pianeta: troppo retorico questo slogan?
Sarà anche retorico ma è l'obiettivo dell'oggi. Solo la cooperazione ci salverà. Abbiamo tutti visto l'artico bruciare quest'estate. Tutti noi eravamo impotenti. Eppure al mondo esistono 200 stati con 200 eserciti nazionali super efficienti ma, davanti a cotante tragedie, impotenti. Proviamo a immaginare una protezione civile transnazionale (alla Zamberletti...bper intenderci) che risponda tempestivamente alle calamità naturali. Seguiremo il mandato dell'art. 43 della Carta dell'ONU che mi permetto di ricordare: “Al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate, l’assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio, necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. Per immaginare un tale organismo servono non solo organismi statuali in grado di cooperare ma una visione comune del piccolo mondo da salvaguardare. L'unico. Come c'insegnano i giovani non esiste un piano B.
Nato a Trento il 24 maggio 1976. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Ha iniziato a collaborare con Fondazione Fontana Onlus nel 2010. Dal 2013 al 2020 è stato il direttore del portale Unimondo, un progetto editoriale di Fondazione Fontana. Attivo nel mondo del volontariato, della politica e della cultura è stato presidente di "Futura" e dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi molti campi di interesse. Ci ha lasciati l'8 novembre 2020.