
www.unimondo.org/Notizie/Caso-George-Floyd-per-riflettere-sul-razzismo-anche-in-Italia-197314
Stampa
Foto: Pixabay.com
L’uccisione del cittadino statunitense afroamericano George Floyd, deceduto per le violenze subite dopo essere stato arrestato dalla polizia di Minneapolis, sta risvegliando le coscienze contro il razzismo e le manifestazioni si moltiplicano in tutto il mondo. Una dura condanna è giunta anche dal presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat che in una nota ha ribadito la necessità che “le autorità USA intensifichino gli sforzi per l’eliminazione delle discriminazioni basate sulla razza o l’origine etnica”.
«E’ una violenza che ha una storia lunghissima alle spalle» afferma la scrittrice italo-somala Igiaba Scego intervistata dal Redattore Sociale. Ricordiamo infatti che negli USA fino a qualche decennio fa era praticata la segregazione razziale, messa fuori legge solo nel 1964 dal Civil Rights Act (1964) promulgato dopo le dimostrazioni di massa attuate dal movimento per i diritti civili degli afroamericani guidato da Martin Luther King; qualche anno prima, la segregazione nell’ambito dell'istruzione era stata bloccata grazie alla sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti nel caso Brown contro Board of Education (1954). Tuttavia nella realtà dei fatti la segregazione persiste anche oggi, in misura diversa, causata da pratiche che favoriscono l’esclusione sociale e la mancanza di pari opportunità per i cittadini neri negli USA.
Conoscere la storia è fondamentale. «Dovremmo imparare anche noi da quello che sta succedendo: molti dicono che qui il razzismo non esiste. Non è la stessa violenza, certo, ma c’è un altro tipo di violenza, anche noi in Italia abbiamo avuto i nostri martiri, persone uccise dal razzismo» ribadisce la scrittrice Igiaba Scego. Tra queste vittime c’è anche Soumaila Sacko, ucciso il 2 giugno di due anni fa: era un attivista sindacale di 29 anni, un bracciante con regolare permesso di soggiorno e figlio di contadini del villaggio di Sambacanou nella Regione di Kayes in Mali. A questi episodi «si aggiunge la violenza istituzionale: è violenza non dare la cittadinanza, non riconoscere i diritti, sfruttare il lavoro degli altri» conclude la scrittrice.
In questi giorni nelle manifestazioni in Italia abbiamo ascoltato la voce dei giovani di seconda generazione, vale a dire quei figli di persone di origine straniera che sono nati o cresciuti in Italia: italiani nei fatti e nei sentimenti, ai quali tuttavia la legge nega la cittadinanza italiana (il dibattito sullo jus soli e jus culturale si è arenato in Parlamento nel 2019). Le loro voci dicono “Siamo italiani neri, tutti uguali”.
In Italia, l’UNAR – Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali che si occupa di monitorare i fenomeni di razzismo e discriminazione nel nostro paese riporta eventi discriminatori che ci parlano di odio contro le persone di religione ebraica, contro rom e sinti, afro-discendenti, omosessuali e LGBT ed episodi sessisti contro le donne.
Un fenomeno particolarmente grave in Italia è inoltre quello del razzismo nello sport, molto evidente nel mondo del calcio, che si manifesta con parole e slogan di odio razziale nelle file delle tifoserie addirittura giustificati come semplici “sfottò calcistici”. Come raccontato dal recente studio il Barometro dell’odio nello sport, ricerca realizzata dal Centro CODER dell’Università di Torino nel quadro del progetto “Odiare non è uno sport”, volgarità, minacce e insulti a sfondo razziale sono ben presenti sui social network nei post degli utenti che dibattono di sport, soprattutto di calcio. Dal monitoraggio delle pagine Facebook e Twitter delle principali testate sportive nazionali (La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello Sport, Sky Sport e Sport Mediaset) realizzato dal 7 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, emerge che esiste un livello costante di odio, di hate speech, al di sotto del quale non si scende mai, pari al 10,9% dei commenti su Facebook e 18,6% su Twitter. La ricerca ha infatti individuato circa 5.000 commenti contenenti elementi di odio o violenza pubblicati dagli utenti nell’arco di tre mesi. Nel calcio, emerge che Mario Balotelli e Romelu Lukaku sono i personaggi sportivi su cui si concentrano più commenti violenti, basati sul colore della loro pelle nera.
L’anno scorso, la Commissione Adozioni Internazionali istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri esprimeva “profonda preoccupazione” per gli episodi di razzismo nei confronti di quei figli adottivi che a causa del colore della loro pelle vengono fatti oggetto di atti di bullismo e vessazione “in un clima in cui la diversità è purtroppo percepita come un disvalore”, denunciava la Commissione. Gli episodi descritti dalla Commissione raccontano semplici scene di vita quotidiana avvenute nelle nostre città italiane: la giovane Shanthi, 23 anni, di origini indiane, sale sul treno e la donna seduta accanto a lei si alza perché “non voglio stare vicino a una negra”; due ragazzi adottati dall’India e dall’Africa, neo-universitari, giungono all’appuntamento per visitare un appartamento e si sono sentiti dire dalla ragazza dell’agenzia immobiliare “Non so se farvi salire, la signora ha le sue idee: non vuole stranieri”; Bakary Dandio, senegalese di 21 anni arrivato in Italia da profugo e poi diventato una promessa dell’atletica, adottato da una coppia italiana si è visto comparire sul muro di casa delle scritte razziste.
Piccole grandi vicende quotidiane che ci dicono che il razzismo si nasconde nelle piccole cose, accompagnate spesso dall’indifferenza generale di chi sta intorno.
È importante mantenere alta l’attenzione, ascoltare la voce di chi il razzismo lo subisce quotidianamente sulla propria pelle. E riflettere su come smantellarlo dalle fondamenta, anche in Italia.
Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.