Va KO l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo nel 2025

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FOTO: Pixabay.com

C’è un ambito dove la domanda e l’offerta non sembrano proprio correlate. È la politica globale che spesso appare sganciare le proprie azioni dalle esigenze e dai problemi a cui sono chiamati a dare soluzione. A fronte di crisi globali sempre più complesse – cambiamento climatico, conflitti, instabilità alimentare – l’impegno dei Paesi ricchi verso i più vulnerabili continua a diminuire. E i nuovi dati lo confermano.

All'indomani della pubblicazione dei nuovi dati preliminari 2024 da parte del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), Oxfam li commenta segnalando che lo scorso anno l'aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) da parte dei Paesi ricchi è calato del 7,1%, con un taglio di oltre 11 miliardi di dollari. Solo 4 Paesi hanno superato lo 0,7% dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) in rapporto al PIL, Obiettivo 17 dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile: Danimarca (0,71%), Lussemburgo (1%), Norvegia (1,02%) e Svezia (0,79%).

Tutt’altro che rosee sono le previsioni sull’aiuto pubblico allo sviluppo globale per il 2025. Secondo le prime stime dell’OCSE, il sicuro calo delle risorse potrebbe attestarsi tra il 9 e il 17%. Il calo è dovuto principalmente a una riduzione del 16,7% degli aiuti destinati all’Ucraina, giunta ormai al terzo anno di guerra, e a una diminuzione del 10,9% dei contributi alle Nazioni Unite e ad altre agenzie multilaterali da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei; secondo i funzionari OCSE, i tagli del 2025 saranno i più consistenti da quando si registrano le spese in aiuti allo sviluppo. Dopo oltre 60 anni, gli Stati Uniti si ritirano dal ruolo di principale donatore al mondo che li ha visti contribuire a oltre il 30% degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS) a livello mondiale (dati 2024): la presidenza Trump 2 ha avviato l’iter per la chiusura definitiva di USAID, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, che dovrebbe completarsi il primo luglio; alcune funzioni non ritenute “in linea con gli obiettivi del governo americano” saranno abbandonate mentre altre saranno assunte dal Dipartimento di Stato. Già 1600 funzionari sono stati licenziati e 4200 sono stati sospesi sine die.

Nessun altro attore globale appare oggi interessato a ricoprire il ruolo degli Stati Uniti: né la Russia che eroga appena 1,2 miliardi di dollari per l’aiuto allo sviluppo (2023), né la Cina con i suoi circa 5 miliardi di dollari in APS (2020), né gli Emirati Arabi Uniti con il suo modesto investimento di 3,5 miliardi di dollari. Sono inoltre molti i Paesi che, analogamente agli Stati Uniti, hanno deciso di tagliare i fondi APS o hanno annunciato di farlo: in Europa la Germania ha previsto un taglio di 4,8 miliardi, l’Olanda ha annunciato un calo di 2,4 miliardi di euro, la Francia una riduzione di un miliardo di euro e l’Italia del Piano Mattei una sforbiciata di 1,2 miliardi di euro. E ancora: il governo laburista del Regno Unito ha tagliato gli APS di 700 milioni di sterline, il Belgio ha ridotto il proprio budget per l’aiuto allo sviluppo del 25%, come la Finlandia e la Svezia “solo” del 5%. La Svizzera ha tagliato 250 milioni di franchi (circa 267mila euro) e la Norvegia 460 milioni di corone (40 milioni di euro circa).

Non siamo di fronte a un fenomeno temporaneo: l’idea che l’aiuto allo sviluppo sia un pilastro stabile della politica internazionale sta crollando. Se consideriamo il disimpegno crescente degli Stati Uniti e, sullo sfondo, la progressiva (e irreversibile?) perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali, diventa evidente che stiamo attraversando un passaggio cruciale per l’APS. Cosa fare allora? Come ha dichiarato Tanya Cox, la direttrice di Concord Europe (confederazione europea di ONG di cooperazione internazionale), “L’Unione europea non può avere entrambe le cose. Promuove il Global Gateway come un’audace promessa di prosperità condivisa e di investimenti strategici nelle infrastrutture, eppure taglia i fondi ai Paesi con i maggiori bisogni di sviluppo umano. Se gli Stati membri e le istituzioni dell’UE sono anche solo un po’ preoccupati per il nostro futuro comune, devono investire nelle persone, e non tagliare l’erba sotto i loro piedi. Tagli miopi ora comprometteranno un futuro comune sicuro e prospero”. 

Non abbiamo margini di influenza sulle scelte politiche di Oltremare, ma su quelle europee e nazionali sì, magari indossando dei buoni occhiali per vedere più lontano. 

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Dopo 10 anni nel mondo della ricerca e altrettanti nel settore della cooperazione internazionale (e aver imparato a fare formazione, progettazione e comunicazione), attualmente opera all'interno dell'Università degli studi di Trento per il più ampio trasferimento della conoscenza e del sapere scientifico.

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