Trivellazioni alla ricerca di gas o petrolio: Germania e Francia no, Italia sì

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Trova l’intruso: grazie alla forte opposizione da parte dei movimenti ambientalisti il Governo francese ha rifiutato alla società britannica Melrose Resources la possibilità di sfruttare le riserve di idrocarburi al largo della costa di Marsiglia; la banca tedesca WestLB ha annunciato venerdì scorso di non avere più intenzione di finanziare i progetti di trivellazioni alla ricerca di gas e petrolio; il ministro Corrado Passera è tornato a sostenere le attività di ricerca di petrolio, gas e metano in acque nazionali per dare lavoro, ricavare entrate fiscali e soddisfare i consumi energetici nazionali. Trovato?

L’amara conclusione sembra decretare l’Italia, almeno a parole, come la sola nel terzetto che ha deciso di puntare su un modello estrattivo dipendente dal petrolio. Ma andiamo con ordine. È stata Sea Shepherd Conservation Society lo scorso 8 aprile, dopo aver partecipato a una massiccia protesta sulla spiaggia di Brégançon in Francia, ad annunciare che il Governo francese aveva rifiutato il permesso alla Melrose di trivellare al largo della costa, vicino Marsiglia.

“Non avremmo mai voluto vedere quello che è successo nel Golfo del Messico anche qui nel Mediterraneo - ha dichiarato Lamya Essemlali presidente di Sea Shepherd Francia - per questo ogni volta che il governo francese sarà tentato di vendere la biodiversità marina alle compagnie petrolifere, troverà sulla sua strada la società civile e molte ong ambientaliste. Questo è solo l'inizio di una resistenza continua alle compagnie petrolifere” ha concluso la Essemlali, una protesta avviata in Francia dal noto sindacalista no-global José Bové, (sulla cui piccola imbarcazione ora sventola con orgoglio la bandiera con il Jolly Roger di Sea Shepherd) e alla quale i Pastori del Mare hanno immediatamente aderito insieme alle migliaia di attivisti presenti quel giorno.

Un intento meno ecologista, ma egualmente importante ha animato anche la decisione presa venerdì scorso da Dustin Neuneyer che per l’istituto di credito tedesco WestLB si occupa di sostenibilità: “In otto punti abbiamo delineato i criteri restrittivi per stabilire quali progetti e aziende possano accedere ai finanziamenti legati alle trivellazioni”. In particolare “più ci si addentra nelle regioni dei ghiacci, - ha proseguito Neuneyer - più salgono i costi e ci sono rischi troppo difficili da gestire diventando evidentemente insostenibili”. “A quanto è dato sapere - ha spiegato la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm) - le disposizioni della WestLB sono le prime ad avere un carattere così restrittivo e che vanno nella direzione della tutela ambientale di zone dove gli ecosistemi sono molto sensibili”. Come ammesso dagli stessi vertici dell’istituto di credito, “è però il rischio di natura economica a preoccuparli di più e ad averli spinti a prendere una decisione del genere in quanto in caso di sversamenti, i costi per ripulire l’area inquinata sarebbero altissimi”.

Una preoccupazione che per Legambiente non sembra allarmare il nostro ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera. Secondo il ministro, le riserve di gas e petrolio nei mari dell’Italia sarebbero “un potenziale ingente, al punto da poter soddisfare circa il 20% dei consumi energetici, dare lavoro a 25 mila persone e far ricavare 2,5 miliardi di entrate fiscali”. Non è la prima volta che il titolare dello Sviluppo Economico dichiara il suo feeling con le trivelle, scatenando le ire delle associazioni ambientaliste e del mondo delle rinnovabili. “Dobbiamo adeguare agli standard internazionali la nostra normativa di autorizzazione e concessione, che oggi richiede passaggi autorizzativi lunghissimi e che è, per molti aspetti, più restrittiva di quanto previsto dalle normative europee” ha dichiarato Passera a proposito delle trivellazioni nel corso di una recente audizione al Senato.

Secondo l’associazione del Cigno, però, le parole del ministro Passera testimoniano soltanto la sua volontà di arrestare lo sviluppo delle rinnovabili per puntare sul petrolio. “Il ministro Passera ha svelato le sue carte - ha commentato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente -. Difficile comprenderne la logica, ma è evidentemente questo il piano di un ministro che si sta battendo per penalizzare le fonti rinnovabili, additandole come responsabili degli aumenti in bolletta, attraverso limiti annui agli investimenti, burocrazia e riduzione degli incentivi che aumentano le incertezze sulla realizzazione degli impianti perfino casalinghi”.

Forse alla luce delle decisioni tedesche e francesi anche il Governo “dovrebbe dare certezze allo sviluppo di uno scenario energetico sostenibile - ha aggiungto Dezza - cambiando i decreti attraverso il coinvolgimento delle aziende e delle associazioni del settore e presentando, finalmente, i decreti sulle rinnovabili termiche che si attendono ormai dal settembre 2011”.

Quanto agli aspetti occupazionali, Legambiente ha sottolineato che le presunte riserve nazionali sottomarine, agli attuali tassi di consumo, sarebbero prosciugate in appena due anni e mezzo e che i 25mila posti di lavoro ipotizzati dal ministro con l’estrazione di idrocarburi, “rappresentano solo la metà degli addetti impiegati nel settore delle fonti pulite che rischiano il posto di lavoro a causa dei nuovi decreti sulle rinnovabili”. Trovato l’intruso.

Alessandro Graziadei

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