Si fa presto a dire vacanze

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Non credo che l’imperatore romano Cesare Augusto immaginasse che l’istituzione di un lungo periodo di ferie concentrate nel mese che poi avrebbe preso il suo nome, sarebbe diventata nel corso dei secoli e in particolare nell’epoca in cui stiamo vivendo, uno degli appuntamenti più sacri nel mondo globalizzato. Le vacanze di agosto, tanto attese tanto programmate. Per sospenderle deve accadere qualcosa di drammatico, specie per i politici italiani.

Questa è l’estate del rientro precipitoso dalle vacanze. La seconda ondata della crisi economica è stata doppiamente perfida colpendo con una impensata violenza proprio in un periodo in cui i potenti del mondo pensavano alla pausa estiva. Per fortuna i mezzi tecnologici permettono le teleconferenze anche dalla spiaggia. Così si moltiplicano i vertici, più virtuali che reali, indetti anche alla mattina della domenica. Il premier inglese Cameron rientra a Londra a causa della dilagante guerriglia urbana. Il disagio e la rabbia non vanno in ferie. Come non si sospende nè la repressione in Siria e nemmeno il conflitto in Libia e non concede tregua la catastrofe umanitaria in Somalia. Ci accorgiamo della speculazione quando colpisce mercati finanziari che ci interessano ma scordiamo quella sui prezzi dei prodotti di prima necessità che condannano agli stenti intere popolazioni. Di solito queste notizie, durante l’estate, occupano un servizio al telegiornale e nulla di più. Si dimentica in fretta sotto l’ombrellone.

Oggi però la sospensione delle vacanze indica che la situazione è davvero preoccupante. Così almeno ci suggerisce la stampa italiana per cui questo tipo di annunci, banalissimo e per certi versi scontato (durante il suo mandato un primo ministro dovrebbe essere sempre presente), implicherebbe già che il problema è in via di soluzione. Niente paura, arrivano i nostri.

In Italia ogni questione più o meno drammatica possiede sempre risvolti grotteschi e quasi comici. Di fronte al ciclone che ha investito la borsa e i titoli di Stato molti parlamentari di maggioranza e opposizione sono stati “precettati” a rimanere a Roma per partecipare ai lavori di alcune commissioni. Dopo aver tentato in tutti i modi di scongiurare questa eventualità questi onorevoli, personaggi noti o semplici peones, si sono sacrificati per la patria. Così almeno emerge da dichiarazioni pubbliche all’insegna di un ridicolo eroismo per aver sospeso le sospirate ferie.

Ma ancora più ridicolo è l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione radio-televisivi (la carta stampata e l’informazione online si salvano parzialmente) che enfatizzano in maniera ingiustificata il fatto che il Parlamento sia aperto anche l’estate. Stanno lavorando per noi. Possiamo dormire sonni tranquilli. Persino Bossi sta cercando le ricette giuste, ma a corrente alternata: un giorno attacca l’euro, l’altro esalta l’Europa. E ancora lo stanno a sentire. I messaggi di rassicurazione si moltiplicano e rimbalzano su una Rai a ranghi ridotti ovviamente per le ferie estive: cancellato ogni programma di approfondimento (già sparuto come un’oasi nel deserto), tutto continua come prima, fiction, film datati, eventi vacanzieri, intrattenimenti per far dimenticare la quotidianità. Se si lavora anche l’estate ci deve essere proprio un’emergenza.

In Italia permane il mito anni’60-’70 dell’estate lunga, dei tre mesi in cui chiudono le scuole, dell’agosto in cui le grandi fabbriche cessano la produzione, dell’esodo, delle lunghe code in autostrada, dell’attesa di un autunno che per forza dovrà essere caldo. Ma intanto si deve riposare. Probabilmente il declino italiano ha anche questa origine. La vacanza è diventata quasi un obbligo, uno status symbol, tanto che ci si vergogna di non avere i soldi per andare al mare e ci si “nasconde” in casa per simulare di essere in ferie. Eppure molte persone vorrebbero lavorare e non trovano, altre sono obbligate a mestieri faticosi pur di guadagnare qualcosa. Non esiste l’estate per la gran parte degli immigrati ma sempre di più anche per molti italiani.

Non voglio qui mettere in discussione le conquiste lavorative che hanno portato alla riduzione dell’orario di lavoro né avere come esempio il ritmo delle potenze asiatiche che si impongono calpestando diritti sindacali e proponendo un modello di vita basato sull’incessante competizione. Il riposo dalle incombenze di ogni giorno, il viaggio intelligente per conoscere e imparare, la modifica almeno momentanea delle proprie abitudini, la sosta consapevole per ricalibrare i propri impegni, il tempo libero per coltivare le relazioni e gli affetti, sono aspetti fondamentali che umanizzano la vita e nobilitano il periodo vacanziero. Certo in questo modo si dovrebbe vivere tutto l’anno.

Occorre però guardare in faccia alla realtà. Per i paesi occidentali la risposta alla globalizzazione è la formazione e l’innovazione permanente. Pena una crisi e un arretramento inarrestabili. Non ne va soltanto della nostra economia ma anche della nostra democrazia. Perché la fine del predominio occidentale, certo colonizzatore, bellicoso e distruttore dell’ambiente, potrebbe segnare una battuta di arresto anche per la diffusione dei diritti umani. Un predominio cinese non migliorerebbe la situazione mondiale.

Forse possiamo fare ben poco per arginare la nostra deriva. Certamente ci possono salvare le nuove generazioni. Perché questa è anche l’estate di nuove mobilitazioni, delle tende poste al centro delle città, degli indignati, delle proteste sociali dalla Spagna allo Stato di Israele. Tutto potrebbe essere liquidato come una effimera moda di passare il tempo. Forse è il segno di una nuova consapevolezza sociale?

Mai come ora il modo in cui si fa vacanza è una cartina di tornasole delle proprie aspirazioni. Dimmi cosa fai d’estate e ti dirò chi sei. C’è lo sballo e l’impegno per gli altri. Se la scuola cessa per tre mesi, bisognerebbe obbligare i ragazzi a qualche periodo formativo, viaggiando attraverso progetti di turismo sostenibile, partecipando alle attività delle organizzazioni non governative. Per restare connessi veramente al mondo. Anche d’estate.

Piergiorgio Cattani

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