Santo subito?

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Su Karol Wojtila s’è scritto ed abbiamo scritto molto. Nell’omaggiare la sua dipartita lo abbiamo definito “inascoltato profeta di pace”. Senza alcun dubbio è stato una delle personalità e dei personaggi più importanti del secolo scorso.

A mio avviso farlo Santo, peraltro a furor di popolo, è svilire la sua personalità così forte e così guerriera. Ma già il giorno del suo funerale potemmo constatare quanto il populismo, il tifo prevalesse sulla ragione e sulla contraddizione. Ed è proprio di contraddizione, di conflitto che voglio occuparmi.

Innanzitutto la contraddizione geografica. Perché mai la nostra nazione, popolo di santi poeti e navigatori, o l’Europa abbia prodotto migliaia di Santi mentre il Sudafrica, a titolo di esempio, ne conti solo uno: il Beato Michele Rua, salesiano di Torino. Ebbene il discepolo di don Bosco è passato come un fulmine a ciel sereno nella terra di Mandela, Desmond Tutu e dove ha fatto praticantato “la grande anima della nonviolenza” Ghandi. Insomma, possibile che tra milioni di sudafricani che hanno sofferto apartheid, malattie, ingiustizie, migrazioni forzate, bimbi compresi, non vi sia un solo santo? E questa foto la potremmo riprodurre in altri cento stati anche a noi vicini. Quanti santi vi sono nel fondo del Mediterraneo che hanno tentato la traversata?

La contraddizione del potere. Wojtila è stato un uomo politico. Il suo contributo alla caduta del muro di Berlino è stato fondamentale ma, in quanto uomo politico, viveva gli equilibri ed i compromessi che sono propri della politica. La predicazione dei diritti umani non altrettanto riconosciuti all’interno della stessa chiesa cattolica, il dialogo con l’esterno ma non con l’interno, l’esaltazione della donna ed il divieto agli uffici ministeriali ecclesiastici, l’apertura sui temi sociali ed il non riconoscimento del disordine sessuale nelle gerarchie. Il politico non è di per se Santo perché ha avuto il coraggio di tirare fuori le mani pulite dalle tasche, per dirla con don Milani. Altro esempio. La beatificazione del mio conterraneo Alcide De Gasperi, “docile ed obbediente alla Chiesa” a parte a non essere vero è un nonsenso. De Gasperi, una statura imparagonabile ai primi ministri che sono venuti dopo di lui, checché ne dicano, oltre ad esser stato molto fermo nei confronti della Chiesa ha assoggettato l’Italia agli Usa, che, a difesa di uno stile di vita sempre più predatorio, ha creato un sistema di sicurezza planetario insostenibile. Certo. Erano altri tempi. Forse non v’erano alternative, ma il passaggio dal trono all’altare è un po’ azzardato.

Comprendo, sia ben inteso, che con tale gesto Benedetto XVI° voglia dare un segnale alla moralità dei governanti, nostrani e non solo, suggerirei di affrontare il conflitto anziché aggirarlo. Anche se la controparte è un estenuante difensore della scuola cattolica e, parimenti, un demolitore di quella pubblica. A proposito di potere. Perché non immaginare una beatificazione anche per mons. Romero o, come ci suggerì Vittorio Arrigoni, per le madri de Plaza de Majo o le madri cinesi di piazza Tien’anmen.

La contraddizione del sapere. Wojtila, dopo aver trascorso decenni della sua vita sotto il giogo del comunismo e dopo averlo giustamente combattuto, ha messo quasi completamente a tacere la teologia della liberazione. Spezzettato le diocesi. Richiamato in pubblico i teologi latinoamericani mentre incontrava Pinochet. Ma una cosa è basarsi sui report dei Nunzi apostolici ed un’altra è abitare il territorio, come tentano di fare alcuni missionari, a stretto contatto con le comunità. Con i saperi delle comunità. “Non sono d’accordo – affermò Desmond Tutu – su come percepiva il ruolo della chiesa in America Latina e la differenze che vedeva tra i popoli dell’Est europeo e l’America Latina ad entrare in politica, non spingendo la chiesa a scelte più radicali verso i poveri”. L’atteggiamento coloniale che contraddistingue le popolazioni colonialiste “io so e t’insegno” ha portato il Pontefice a celebrare più volte il sinodo della giovane chiesa africana a Roma anziché a casa propria.

La contraddizione del miracolo. Suvvia. Madre Teresa è stata riconosciuta beata grazie alla prova di un calcolo espulso dall’uretra di un salesiano di 54 anni. Inspiegabile alla medicina. Ma non rischiamo il ridicolo peraltro amplificato ogni giorno, pure in galleria, da Radio Maria? Dobbiamo, nel terzo millennio, risalire a queste cose dopo che la suora albanese ha dedicato una vita ai poveri? Dopo aver salvato dalla strada migliaia di bambini? Sarà pur questo il miracolo e non un calcolo non espulso. Invece ci risiamo. Il giorno 1 gennaio 2011, s’è tenuta la Sessione Ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, i quali hanno emesso “un’unanime sentenza affermativa”, ritenendo miracolosa la guarigione di Sr. Marie Pierre Simon, in quanto “compiuta da Dio con modo scientificamente inspiegabile, a seguito dell’intercessione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, fiduciosamente invocato sia dalla stessa sanata sia da molti altri fedeli”. D’accordo. Ma c’è bisogno di tirare in ballo il Padre Eterno per attenersi ad una procedura? Scusate. S’è tenuto lo stesso protocollo anche con la beatificazione di Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei?

La contraddizione dei giovani. Giovanni Palo II° ha avuto un’attenzione speciale per i giovani. Ma tra i papa boys convenuti a migliaia in diversi luoghi del mondo non si vedono i giovanissimi dei sud del mondo. O, almeno, se vedono pochi. Stonano un po’ i viaggi in aereo contrapposti, se ci pensiamo, alle traversate dei mari nelle carrette. Eppure sono tutti coetanei. Ma questi papa boys che idea hanno del mondo, su quali progetti basano il proprio agire? In verità, nel loro sito internet ala sezione progetti, v’è presentato il progetto Aurelie curato da Suor Romualdine – Zia della piccola Aurelie che ha soccorso una piccola bimba malgascia. Non è un po’ pochino per il più ampio movimento giovanile mondiale?

La contraddizione del luogo e della data. Roma ha appena respinto tre bus di migranti. Certo. Come Giuseppe e Maria a Gerusalemme. La capitale si deve preparare per l’arrivo di un milione di fedeli paganti per la beatificazione di Wojtila. Siamo certi che non v’era posto per cento tunisini?

E poi il primo maggio. Abbiate pazienza. Una festa laica. I sindacati, da sempre, organizzano il concerto con mezzo milione di giovani che vengono da ogni dove intasando la città. Durante il concerto verranno celebrati i 150 anni dell’Unità d’Italia: la storia, la patria, il lavoro. Non v’era proprio altra data? Perché s’insiste ad agire per motu proprio?

La contraddizione della contraddizione. L’uomo, di per se, non è santo e né canaglia. Riconosciamogli l’ambiguità, l’ambivalenza. Fatto di miseria e splendore, fatiche e successi. Perché mai dovremmo riconoscere gli uni e non gli altri? Santo subito? Sarebbe forse stato meglio aspettare ancora un pochino. Non vi sembra?

Fabio Pipinato

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