Sahara Occidentale: la Haidar in Marocco, ma è irrisolta la 'questione saharawi'

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Rimane largamente irrisolta e si incancrenisce, anzi, la questione del Sahara Occidentale. Un’oppressione dimenticata lungo 35 anni di mancato rispetto dei diritti umani da parte del Marocco che occupa abusivamente una terra non sua. Sottomette una popolazione offesa e prostrata, ma non rassegnata che in tutto questo tempo ha mostrato sorprendentemente una resistenza pacifica e non violenta inalterata, senza mai fare ricorso a forme di protesta eclatanti e neppure alle prove di forza di tipo terroristico. Forse per questo, anche, ha saputo calamitare l’attenzione delle cancellerie dei Paesi che contano. Diverse risoluzioni dell’Onu danno ragione alla causa dei saharawi, Tutto disatteso dal potere marocchino.

Ha fatto notizia in queste ultime settimane la vicenda di Aminatou Haidar, leader del Collettivo dei difensori saharawi dei diritti umani (Codesa), conosciuta come la Gandhi del popolo del deserto. Questa signora di 42 anni dal portamento fisico esile, un dolce sorriso, ma tenace e ostinata nella volontà, ha una discreta frequentazione con le carceri del regime di Rabat. Già subiti quattro anni di galera dura, senza vedere avvocati, né udienze processuali. Privata della sua libertà personale per il solo fatto di essere un’oppositrice politica irreprensibile, oggi il potere marocchino rappresentato da Mohammed VI vuole colpire in lei ogni tentativo rivendicazione di dignità e libertà da parte degli attivisti sahrawi che vivono nella parte occupata del Sahara Occidentale.

Questo re che si accredita come un paladino della parità tra uomo e donna, succeduto al padre Hassan II, despota e tiranno, in realtà fa venire in mente un passo di Alexis de Tocqueville sul nuovo aspetto del dispotismo laddove il pensatore francese descrive il sovrano come una persona intenta solo “a procurarsi piaceri piccoli e volgari, per soddisfare i propri desideri, estraneo al destino di tutti gli altri”. Gli altri (i saharawi, abitanti del deserto) “non li vede, li tocca ma non li sente. Vive in se stesso e per se stesso, e se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria”.

In una società come quella marocchina in continuo mutamento anche se pesa la realtà della cultura tradizionale islamica, il potere vuole accreditarsi come modello verso l’occidentalizzazione (è Mohammed VI che ha voluto ad esempio il Festival del cinema di Marrakech). Non sa o non vuole sapere che le democrazie occidentali non contemplano l’oppressione di un piccolo popolo e la mancanza dei minimi requisiti dell’habeas corpus.

Anche il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon è intervenuto a più riprese per cercare di risolvere il caso di Aminatou Haidar: il suo sciopero della fame è durato più di un mese ed ha messo seriamente a repentaglio la sua vita. Alla fine ce l’ha fatta. Dopo 32 giorni di privazione del cibo all’aeroporto di Lanzarote alle Canarie la militante saharawi è tornata a casa. I marocchini hanno tenuto a precisare che la Haidar entrava in Marocco e non nel Sahara Occidentale. In realtà è stata superata un’impasse in cui si erano ficcati sia il Marocco - che aveva deportato l’attivista dopo averle ritirato il passaporto - sia la Spagna che dal 1° gennaio ha assunto la presidenza di turno dell’UE e che l’aveva accettata sul proprio territorio, impedendole poi di reimbarcarsi per il suo paese.

Roberto Moranduzzo
Fonte: Vita Trentina

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