Ripartire dai piccoli gruppi

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Viviamo in un mondo brutto che produce sofferenze, esclusioni, non ci piace. Come possiamo cambiarlo? Dobbiamo cominciare dal “micro-mondi”, dalle piccole comunità locali, dalla base. Se il cambiamento non germoglia in basso, inutile farsi illusioni, tutto resta immobile.

Dobbiamo recuperare e attualizzare il concetto gramsciano di minoranze attive. Già Dante lo aveva scritto: “Poca favilla, gran fiamma seconda”. Insomma, qualsiasi grande fuoco nasce sempre da una scintilla. È quello che hanno fatto anche le prime comunità cristiane durante l’Impero romano e Gandhi a inizio Novecento in India.

Si tratta non solo di reinventare piccoli gruppi nei territori, ma di accettare anche due sfide enormi. La prima: fare di quei gruppi, luoghi di discussione, confronto, conflitto. La seconda: cercare risposte a domande legate tra loro: chi sono oggi gli ultimi tra gli ultimi? come possiamo accompagnare le loro lotte?

La prima è una sfida alla cultura dell’indifferenza e della semplificazione: non siamo più abituati a ragionare insieme, abbiamo un bisogno immenso non solo di imparare a discutere, ma di farlo su molti temi, a cominciare da quelli che riguardano la vita di ogni giorno. Oggi occorre non dare più nulla per scontato, discutere di tutto, ripensare categorie, riempire in modi diversi il vuoto provocato dal crollo dei partiti, ripartire dal discutere e dal fare.

Negli anni Sessanta quando vivevo con i baraccati dell’Acquedotto Felice, nella periferia di Roma, accanto alla lotta per la casa, abbiamo scelto di mettere al centro in primo luogo il problema della cultura come strumento di cambiamento, avviando la Scuola 725, dal numero della baracca che la ospitava: in quella scuola i bambini e i ragazzi acquisivano consapevolezza e diventavano poco a poco protagonisti del proprio percorso di crescita.

La seconda sfida può trovare risposte diverse in base ai territori: gli ultimi sono spesso i migranti, i rom, i senza casa… Insieme a loro possiamo utilizzare strumenti differenti per creare piccole comunità. Noi, ad esempio, scegliemmo di usare la danza oppure il disegno con i bambini ma, prima di tutto, la lettura e la scrittura collettiva. Trascorrevamo, ad esempio, molte ore insieme a leggere la biografia di Malcom X e poi lasciavamo i ragazzi tradurla in disegni. Certo oggi non è facile lavorare con gli adolescenti, travolti dall’epoca della tecnica e del consumo, quella che Umberto Galimberti chiama l’”ospite inquietante” della loro formazione e che intristisce le passioni. Tuttavia non dobbiamo rinunciare a cercare di entrare nei processi di formazione dei più giovani per farli aprire e mostrare loro altri punti di vista sul mondo, modi diversi di vivere.

Ripartire dal “micro” resta una priorità anche nelle grandi città. Roma, è evidente a tutti, ha bisogno di una trasformazione enorme per resistere al dominio dei grandi poteri, incluso quello ecclesiale, ma anche per rifiutare l’idea di cambiarla affidandosi agli economisti, agli urbanisti o alle istituzioni: nessuna rivoluzione sociale profonda sarà però cittadina o di Municipio, nascerà soltanto nei piccoli territori. Ecco, ripartiamo da qui, dai piccoli gruppi, dai dopo-scuola popolari, dalle periferie. Non abbiamo scorciatoie.

Roberto Sardelli * Prete di strada, noto per la straordinaria esperienza della Scuola 725, è autore di articoli e libri, tra cui Vita di borgata (kurunuby).
Da Comune-info.net

Testo (non rivisto dall’autore) dell’intervento all’incontro promosso da Gordiani in Comune, spazio culturale e sociale della periferia di Roma, il 6 gennaio 2017 e dedicato alle periferie. L’incontro è stato proposto – dalle associazioni Sguardoingiro, La Strada e dalla redazione di Comune – per accompagnare la mostra fotografica di Pas Liguori Borgate. Uscita nella calma insolita di periferia(in un appuntamento precedente è intervenuto Carlo Cellamare, autore di Fuori raccordo. Abitare l’altra Roma).

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