Natale non è una festa per tutti

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Luci, lucine, lustrini. Jingle familiari a ripetizione, frutta candita ricoperta al cioccolato, mandorle pralinate pelate o con la buccia. Decorazioni di mille colori, inviti all’acquisto, offerte per regali imperdibili. Natale è una festa. Il periodo più bello dell’anno, dicono.

Ma non per tutti. Per chi sta lottando con una malattia, elaborando un lutto o una perdita, gestendo l’assenza di una persona amata, subendo abusi familiari o affrontando difficoltà economiche… Quelle che altri chiamano “feste” sono il periodo più faticoso dell’anno. La solitudine urla la sua voglia di riscatto in un paesaggio sonoro ovattato dalla confusione, o dalla neve se va bene.

Quanti di noi si riconoscono in queste poche righe, ma non osano dirlo? Quanti non hanno voce per riconoscerlo? Quanti sono soffocati dalla paura di sentirsi diversi, giudicati, fuori luogo? Sono tutti felici, e io no. A quanti risuona questa frase naïve, ma così ancestrale nelle radici che affonda?

Sono molti a vivere questo periodo come in balia di un gelo artico che abita il cuore e lo scuote nel profondo dello stomaco, con la sensazione di guardare una famiglia felice e piena d’amore, ma stando all’esterno di una finestra che non è quella di casa tua. Più persone di quante si possano immaginare provano questi sentimenti: una malinconia per cose che non possono più, o mai potranno, essere. Da un lato fantasticando una vita passata o futura, ma certo non presente, dall’altro pressati a nascondere i problemi in decine di biscotti a orsacchiotto o a stella cometa, con un sorriso addobbato per l’occasione e magari anche un bel maglione con le renne, e via a quella cena aziendale per farsi gli auguri. Come se ne esce? Sfiniti da chiacchiere di circostanza, e dall’impegno sovrumano di evitare domande del tipo “Che programmi hai per le feste?”

Sembrano cose di poco conto, no? Alla fine la storia è sempre la stessa, tirati su che ti passa, combatti, reagisci, fatti travolgere dallo spirito del Natale e lasciati tutto alle spalle come un pacco gettato dalla slitta giù per qualche camino. Be positive, yeah.

Ma non è così. Perché sono proprio piccoli tasselli come questi che fanno dei giorni giorni esausti, giorni in cui si comprano cazzate (ops!) obbligate per familiari che si vedono solo a Natale, amici che insomma dai, mica posso non regalare proprio niente, e colleghi di cui si farebbe volentieri a meno per tutti gli altri giorni dell’anno. Sforzi disperati, anche se non sempre espliciti, orientati dalla bussola del quieto vivere, del compiacere, dando l’impressione che vada tutto bene. Per evitare domande, sguardi, ferite.

Troppe vittime. Di una società che ci ha riempito teste e cuori con l’idea che il regalo debba essere perfetto, l’albero allestito secondo l’ultima moda, i soldi da spendere infiniti e i momenti immacolati e scintillanti. Standard che lasciano molti stressati e sfibrati dalla pressione di dover vivere all’altezza delle aspettative sociali, che durante le feste sembrano aumentare in maniera spregiudicata. Eppure quant’era bello l’albero sghembo di nonna, con quegli uccellini di vernice e le decorazioni spaiate che ce ne fosse stata una in tinta. Ma guai a dirlo, che non è il caso.

C’è una cosa che però è proprio il caso di dire, di non dimenticare: prenderci cura di noi.

Spesso le persone altruiste hanno la tendenza a lasciar degenerare questo lato del proprio carattere, di base molto positivo, nella totale dedizione a compiacere gli altri. Ecco perché prendersi cura di sé è un promemoria da tenere ben presente. Perché per molti non è affatto scontato ricordare che i propri bisogni sono tanto importanti quanto quegli degli altri. Quindi un pensiero necessario per queste festività è: come vorrei trascorrerle io? Sarà una domanda che avvierà per prima cosa una dolorosa, ma sana, selezione… che scremerà gli affetti di facciata da quelli veri, l’egoismo dall’empatia. La seconda cosa che metterà in moto sarà scalfire la potenza di quell’opprimente senso di colpa di dover fare, dover essere, dover dire. E incidere a piccoli ma costanti colpi, come un picchio sulla corteccia delle nostre difese, quel messaggio tanto dimenticato e tanto importante che ha a che fare con il “darsi il permesso di”. Di rifiutare, di stare in silenzio, di non partecipare. Di riposare.

E poi ascoltarsi. E cucinare una ricetta complicata per cui non si era ancora trovato il tempo, anche se la porzione è per una persona sola. Guardare un film che avevamo messo in lista d’attesa, farsi un regalo che non serviva ma ci piaceva, fare volontariato e ritrovarsi meno soli, inventarsi nuove tradizioni che facciano bene al nostro presente e non alla nostra storia da raccontare. Prendersi una pausa dalla tecnologia, sfogliare un libro, disegnare, camminare. Tenere qualche abbraccio importante un po’ più lungo. Tenerne anche qualcuno di inaspettato, un po’ più a lungo.

Non forzare, non sforzarsi. Essere gentili. Avere cura. Perché ogni cosa ha il suo tempo, e in certi casi il modo migliore per celebrare il Natale è celebrare questo tempo nell’amore. Per se stessi e per le proprie fatiche, prima di tutto.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il progetto indipendente www.ecoselvatica.it per la divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice CSEN di Forest Bathing. Ha pubblicato i libri Ventodentro (2020) e Come perla in conchiglia (2024). Per la testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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