Manifestare? Impariamo dai Sud del mondo

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In India migliaia di persone sanno riversarsi improvvisamente per le strade per sostenere un loro leader nonviolento come Anna Hazare (“fratello maggiore”), sventolando bandiere nazionali, gridando “lunga vita all’India” e cantando canzoni patriottiche: in un contesto del genere non c’è proprio spazio per gli incappucciati. Nelle Filippine manifestano attorniati da una fascia rossa lunga km: chi è dentro la fascia appartiene, chi è fuori no. Di certo una persona con il casco in testa e le imbottiture sulle spalle non ne è parte. Ogni cento persone c’è un coordinatore collegato via telefono ai tre responsabili e appena uno fa lo stupido il coordinatore più vicino informa i responsabili che decidono il da farsi, per esempio “tutti seduti” oppure “cantare una canzone” oppure “tutti in silenzio senza muoversi”.

Ce la racconta così, il direttore di Saint Martin Kenya la nonviolenza attiva praticata in alcuni Sud del mondo. La società civile, infatti, deve difendersi da due alleati di ferro che necessitano l’un dell’altro: il potere e la contestazione violenta al potere.

Attenzione, però. Non è detto che la cosa funzioni. La primavera araba ne è un esempio. In Marocco, Algeria, Tunisia la nonviolenza ha avuto la meglio. Anche in Egitto ma, a distanza di mesi, v’è il colpo di coda del potere che cerca il conflitto religioso avendo perso quello politico. In Siria si spara da mesi sulla folla inerme con le mani alzate che prega. Riconoscere i limiti della nonviolenza è fondamentale per non essere fondamentalisti.

Gli fa eco Mao Valpiana, direttore di Azione Nonviolenta, che paragona il 15 ottobre a Genova 2001. “Gli ingredienti, più o meno, sono gli stessi. Una grande massa di persone desiderose di manifestare le loro giuste rivendicazioni, il centro di una città come scenografia, la polizia mandata in forze a presidiare ed un manipolo di guastafeste capaci di tutto. Per far scattare la trappola, basta poco: il lancio di un sanpietrino, un bancomat fracassato, una vetrina sfasciata, e il gioco è fatto. Non serve, poi, dissertare se il blocco nero da cui è partita la provocazione era quello della polizia o quello con i passamontagna. I caschi sono gli stessi, cambia solo il colore, come sui campi da rugby”.

Per il direttore di Azione Nonviolenta, “il problema, perciò, non è la polizia, e non sono nemmeno i cosiddetti black bloc. Il problema sta negli obiettivi e nell’organizzazione della manifestazione, cioè nel fine e nel mezzo. Il clima che precede una manifestazione di massa è importante ed è determinato anche dalle dichiarazioni e dalle “parole d’ordine” degli organizzatori. Se i toni si esasperano, attirano gli esasperati”. “Capisco bene che l’indignazione sia una categoria allettante per i giornalisti, ma non ne farei un programma politico. Poi c’è da chiedersi perché si propone sempre e solo il tradizionale corteo: è inevitabile che emerga lo spirito da tifoseria. La miscela è già esplosiva in partenza”.

”Se si vuole trovare una via d’uscita, non cadere più nelle trappole, uscire dalla violenza e avviarsi sulla strada della nonviolenza, bisogna cambiare totalmente strategia” – sottolinea Valpiana. “Non si tratta di isolare o respingere i vandali, ma semplicemente di creare le condizioni affinché costoro non si presentino”.

Tra le proposte il direttore di Azione nonviolenta elenca. “Innanzitutto bisogna proclamare preventivamente il carattere nonviolento delle manifestazioni. E poi bisogna metterlo in pratica davvero. Basta con i cortei gridati. Si pensi piuttosto a dei sit-in in grandi spazi, meglio ancora se nei parchi, con la musica classica come colonna sonora. In un contesto così i black bloc sarebbero semplicemente ridicoli, e la polizia sarebbe fuori luogo. Poi, si rinunci alla mega-manifestazione, sempre a Roma, e si privilegino tantissime piccole manifestazioni, collegate fra loro, in ogni città e in ogni paese, dando davvero a tutti la possibilità di partecipare, soprattutto alle famiglie, ai bambini, agli anziani. Anche in questo caso i black bloc sarebbero messi alla berlina, ed invece della polizia ci sarebbe il vigile. Poi, invece di urlare slogan, si può cantare o stare in silenzio. Al posto dei comizi finali si può fare una veglia, e anche il digiuno sarebbe un buon antidoto contro i fanatici agitatori. Il movimento per un'economia nonviolenta ha bisogno di chiarezza. La nostra deve essere una proposta assolutamente limpida: nella strategia, negli obiettivi, nella tattica, nelle alleanze, nel linguaggio, nello spirito”.

Ma anche nelle situazioni più fallimentari le società civili dei Sud del mondo sembrano contrapporre un’organizzazione meticolosa della protesta nonviolenta all’organizzazione poliziesca che caratterizza soprattutto un regime dittatoriale. Noi sembriamo preferire l’improvvisazione se non l’anarchia. D’altronde siamo figli del “vietato vietare” o dell’ “immaginazione al potere”. E ne raccogliamo i frutti. Spesso amari.

Fabio Pipinato
(direttore di Unimondo)

 

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