Le balene e i pericoli del mare

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Foto: Flavio Gasperini da Unsplash.co

È di poche settimane fa la notizia di Moon, la megattera (Megaptera novaeangliae) che ha nuotato per 3 mesi e oltre 5000 chilometri, dalle coste canadesi della British Columbia a quelle delle Hawaii, sopportando il dolore di profonde ferite alla schiena con ogni probabilità causate dall’impatto con un’imbarcazione. Un’impresa che, al di là delle possibilità molto ridotte di sopravvivenza dell’animale, ha ancora una volta portato l’attenzione sull’aumento dei pericoli per le balene lungo le coste occidentali del Canada, che vedono l’incremento preoccupante di collisioni tra imbarcazioni e i giganti del mare che abitano i fondali e ogni hanno percorrono, per ragioni legate alla riproduzione, migliaia di chilometri dall’Alaska al Messico. Come per molte specie di uccelli e di altri animali, la migrazione è parte delle loro vite, un richiamo istintuale che diventa necessità per sopravvivere. E che ha spinto anche Moon ad affrontare ancora una volta questo lungo viaggio, nonostante la parte finale della sua colonna vertebrale fosse gravemente compromessa e durante tutto il viaggio abbia usato solo le pinne pettorali per spostarsi. Molte altre balene, dopo collisioni così importanti, sono morte spiaggiate sulle coste della British Columbia, monito a un traffico navale sempre più intenso che non adotta accortezze anche molto banali come per esempio rallentare la velocità di navigazione in quelle aree dove è nota la presenza di grandi mammiferi.

Non è però solo questo l’unico rischio provocato dalle attività umane che rappresenta una grave minaccia per le balene in generale. Sulle coste del Maine, dall’altro lato del continente americano, sono i pescatori di aragoste a rappresentare un pericolo per la sopravvivenza dei mammiferi. La pesca utilizza reti speciali per intrappolare i crostacei, quelle stesse reti che costituiscono un grave danno alle oltre 300 balene franche (Eubalaena glacialis) – tra le specie più minacciate del Pianeta – che nella stagione invernale frequentano quelle coste per motivi riproduttivi e di svezzamento dei piccoli.

Se da un lato le aragoste sono celebrate come “il delizioso gusto del Maine” e offerte ai rappresentanti dei Capi di Stato ospiti, dall’altro non sono affatto considerabili come una tipologia di attività – di allevamento e di pesca – sostenibile, anche se l’indotto garantito è di circa 1 miliardo di dollari, con oltre 10.000 posti di lavoro. Questo perché, nel frattempo, il numero delle balene franche nell’ultimo decennio è crollato a soli 500 esemplari. E una delle prime specie a ottenere lo status di specie protetta negli anni 30 del Novecento, appunto la balena franca, potrebbe non esistere più nell’arco di soli 40 anni. Lo dichiarano le autorità statunitensi preposte alla gestione della fauna selvatica, ma lo sottolineano anche dalla Woods Hole Oceanographic Institution: in mare ci sono pochissime balene ma moltissime strumentazioni utilizzate per la pesca e le attività industriali a favore dell’uomo.

Qualcosa si sta muovendo: se da un lato i giudici del governo federale hanno prolungato di due anni il termineperché entrino in vigore le regolamentazioni rispetto a dispositivi di pesca anti-imbrigliamento, dall’altro lato la catena di prodotti biologici Whole Foods ha ritirato dai propri scaffali le aragoste dopo che l’organizzazione ambientalista di base in California, Seafood Watch, ha aggiunto le aragoste alla propria lista rossa. Quella delle balene che restano imprigionate nelle reti da pesca usate per i crostacei è una situazione dai “risvolti tragici”, così come l’ha definita in un comunicato stampa il Marine Stewardship Council.

Le balene franche sono molto più sensibili e fragili di altre balene e che questa mattanza stia accadendo lungo le coste della più ricca democrazia esistente sulla terra è semplicemente assurdo. Più le temperature aumentano, comprese quelle delle acque oceaniche, più i minuscoli organismi di zooplankton di cui le balene si nutrono si spostano sempre più a nord, determinando la conseguente migrazione a settentrione anche dei cetacei. Ed è lì che essi incontrano le stazioni di pesca delle aragoste, senza però vederne le reti e dunque impigliandovisi: generalmente avviene la necrosi della pinna caudale lenta e graduale e la morte è un’inutile agonia. 

Ancora una volta, purtroppo, le cause principali dei pericoli che la fauna selvatica, di terra e di mare, devo affrontare sono determinate dall’egoismo consumistico dell’uomo: se una volta era il grasso delle balene a rappresentare l’oggetto del desiderio dell’avidità umana, ora sono la domanda di beni di consumo e i cambiamenti climatici a determinarne un’inesorabile destino di sofferenza verso l’estinzione. Ma nessun governo mette in discussione il potere della domanda consumistica come motore di scelte economiche e politiche. E le balene sono solo il più ingombrante, delicato ed evidente segno di una biodiversità che cade a pezzi sotto i nostri occhi.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il progetto indipendente www.ecoselvatica.it per la divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice CSEN di Forest Bathing. Ha pubblicato i libri Ventodentro (2020) e Come perla in conchiglia (2024). Per la testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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