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La ricreazione è finita
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Sconcerta osservare la moltitudine di laureati italiani che, dopo aver terminato gli studi, si affacciano quasi senza speranza al cosiddetto mondo del lavoro: sono pochissime le facoltà che garantiscono di trovare un'occupazione in un tempo ragionevole, ingegneria forse, medicina; frequentemente l'università sforna precari e disoccupati.
In questi ultimi anni poi sembra saltato qualsiasi tipo di rapporto tra università e impresa, alla faccia delle riforme e delle dichiarazioni. Il diploma di laurea diventa carta straccia e forse sarebbe venuto il tempo di abolirne il valore legale, in quanto possedere quel titolo è quasi ininfluente rispetto alla posizione lavorativa futura. Ora tutto è affidato al caso, alla raccomandazione, all'amico dell'amico. Si mandano ovunque curriculum, si tentano concorsi pubblici, si è disposti a sottoscrivere qualsiasi tipo di contratto. Alla fine un lavoro più o meno stabile si trova ma spesso sono passati anni dal momento in cui è cominciata la ricerca.
Sembra non esserci scampo a questo destino che colpisce soprattutto chi ha (o dovrebbe avere) un'istruzione superiore o universitaria. Chi invece impara un mestiere, servile si diceva una volta, come potrebbe essere il muratore, il sarto, l'idraulico o l'elettricista, ha meno problemi anche in questa difficile congiuntura economica. Senza nulla togliere a queste indispensabili professioni, non è sostenibile un sistema per cui, chi ha studiato, alla fine trova più difficoltà.
Al di là della retorica imperante bisogna dire che la scuola non fornisce competenze e non educa più. E non per mancanza di risorse. Occorre cambiare mentalità, premiare il merito, indirizzare ad altro chi non è portato per lo studio (altrimenti lo farà la legge della giungla che regola il mercato del lavoro). Forse sono sbagliati i modelli educativi che inculcano l'idea che la colpa non è mai individuale ma è della società e che tutti hanno diritto di essere intelligenti, ben pagati, felici. E magari di essere belli e di finire in televisione. Don Milani non voleva che nessun ragazzo venisse bocciato, ma odiava anche la ricreazione. Oggi in Italia siamo invece sempre alla ricreazione, anche se il tempo del divertimento è scaduto.






