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La guerra santa delle ONG
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Le organizzazioni non governative sono ormai un punto di riferimento globale per una seria politica di pace e di sviluppo. Tuttavia ci sono associazioni e gruppi che, dietro il paravento della solidarietà, cercano di convertire al proprio credo religioso piuttosto che aiutare le persone in difficoltà a prescindere dalla loro fede e cultura. Si tratta di ONG di stampo evangelico fondamentalista cristiano oppure di matrice islamica radicale, che si contendono lo spazio di influenza soprattutto in Africa centro orientale. Ma ci sono anche sorprese positive…
A livello globale operano una moltitudine di organizzazioni non governative che si occupano principalmente dello sviluppo umano in tutte le sue varie sfaccettature, dalla lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici fino al soccorso di profughi in fuga da guerre o di sfollati in seguito a catastrofi naturali. Vi sono Ong per la difesa dei diritti umani, per l’istruzione universale e gratuita, per la cura delle malattie. Altre si impegnano nel campo della libertà di informazione monitorando per esempio la qualità della democrazia. Sarebbe impossibile anche fare soltanto un elenco dei settori coperti dall’impegno di queste organizzazioni.
Ma ci sono altre Ong che, sotto l’ombrello protettivo della solidarietà e dell’umanitarismo bene accolti a tutte le latitudini, accompagnano il loro impegno con una ben definita impostazione ideologica, spesso di stampo religioso fondamentalista. Nulla da eccepire se l’attenzione ai poveri del mondo si coniuga con il professare una determinata fede e con l’essere motivati da un credo religioso, ma i conti non tornano se, dietro il paravento delle buone intenzioni, si celano strategie di conversione alla propria religione che appartengono più alla sfera delle influenze politiche che a quella della ricerca dell’assoluto. Queste Ong di solito sono legate ai movimenti evangelici cristiani fondamentalisti (soprattutto americani) e a gruppi islamici portatori di una visione molto intransigente.
Fa impressione leggere, in un documento della Ong World Concern per la ricerca di un coordinatore per un progetto nell’est del Ciad, vicino al confine con il Darfur, accanto alla richiesta di conoscere i modelli di microcredito o di saper utilizzare Microsoft Office, quella di essere un “maturo seguace di Gesù Cristo”, di avere un’educazione personale all’insegna della “preghiera e del discernimento spirituale”, e di esprimere “in parole e opere l’amore di Cristo”. Non si sa come l’organizzazione potrà sincerarsi della maturità religiosa degli aspiranti coordinatori né il modo in cui sul campo si potranno verificare le qualità spirituali degli operatori. Certamente ogni struttura nasce con ben precisi fondamenti valoriali che non possono essere criticati o messi in discussione; ma nel nostro mondo globalizzato bisognerebbe forse richiedere la capacità di dialogo con il diverso, la sensibilità e il rispetto verso altre fedi e altre religioni. Una fede matura probabilmente si basa proprio su questo, ma non ne saremmo troppo sicuri.
Ci sono Ong, anche cristiane, che con il pretesto di aiuti umanitari, impugnano il testo sacro secondo una logica antica, quella per cui si va in un paese arretrato economicamente o magari culturalmente con lo scopo di convertire, perpetuando così una visione dal sapore di un nuovo colonialismo. Si tratta di solito di gruppi neo protestanti statunitensi ben distinti da qualsiasi chiesa ufficiale o tradizionale, conservatori sul piano politico e sovente aggressivi sul piano religioso: va da sé che oggi il loro maggiore avversario è l’islamismo radicale che combatte una battaglia uguale e contraria sullo stesso terreno, di solito l’Africa centro orientale, ma non solo.
Così avviene per esempio in Uganda, specialmente nel nord del paese (il cui distretto di Gulu è tristemente noto per i gravissimi problemi umanitari causati dalla guerra) dove cristiani e musulmani sono in stretto contatto. Le ONG islamiche che operano in queste zone, spesso finanziate dai petrodollari sauditi e quindi portatrici dell’intransigente approccio wahabita, svolgono un’attività di proselitismo ad ampio raggio sfruttando anche lo sdegno per le atrocità commesse dai ribelli del Lord’s Resistence Army (LRA) di Joseph Kony, che ammanta il suo comportamento criminale con un millenarismo di stampo lontanamente cristiano e biblico. La regione sta cercando una complessa pacificazione, ma se c’è chi lavora per ricostruire c’è chi lavora per convertire.
Le organizzazioni umanitarie islamiche trovano un loro fondamento ma anche un grande canale di finanziamento nella pratica della carità e della beneficenza che è uno dei cinque pilastri dell’islam. Questo aspetto, sicuramente lodevole dal punto di vista religioso, porta spesso a vere e proprie discriminazioni: è chiaro che la colletta viene fatta da musulmani per musulmani, contrariamente ai principi della cooperazione e della solidarietà che non dovrebbero guardare in faccia a nessuno.
Non bisogna comunque generalizzare. Se in Sudan e in Somalia una fitta rete di ONG islamiche ha contribuito alla penetrazione di frange fondamentaliste, soprattutto negli anni novanta, altre agenzie e organizzazioni mussulmane operano secondo una logica diversa. Nel maggio del 2008, 36 ONG si sono riunite in un gruppo denominato “coalizione araba per il Darfur” per cercare di sensibilizzare il mondo arabo, spesso connivente del dittatore sudanese Bashir, su una situazione drammatica e incontrollabile. Non importa dunque la matrice culturale o religiosa, quello che conta è solamente la capacità di andare incontro ai problemi dell’uomo.






