Il secolo delle megalopoli

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Il 21º secolo sarà segnato da una progressiva urbanizzazione, con la nascita di molte megalopoli con più di 10 milioni di abitanti. L'aumento della popolazione e la endemica diseguaglianza sociale portano alla formazione di sempre più estese baraccopoli. Il rischio di disastri umani e ecologici è crescente ma ci sono anche segnali per uno sviluppo alternativo.

Che il futuro del pianeta dipenderà da come si svilupperanno le megalopoli è ormai una certezza. Già ora metà della popolazione mondiale abita in città più o meno grandi e fra vent'anni la percentuale salirà al 60%: la qualità globale della vita si giocherà dunque tra lunghi viali soffocati dal traffico oppure tra le gallerie di moderne metropolitane, in sovrappopolate baraccopoli oppure in quartieri a misura d'uomo con il riequilibrio tra cemento e verde, tra città energicamente autonome e a emissioni zero e agglomerati urbani, trafficati e sovrappopolati, che inquinano di più di uno Stato. Anche per le città italiane valgono queste alternative.

Non serve scomodare un film come Blade Runner per descrivere l'incubo di un’immensa città che scarseggia di verde, basta dare un'occhiata a quello che oggi sono le megalopoli sparse in varie parti del mondo, dal Giappone agli Stati Uniti passando per Messico, Brasile, Corea del sud... ma è soprattutto in Asia, in primis nelle due potenze India e Cina, caratterizzate da una crescita impetuosa ma anche da sperequazioni economiche, che possiamo incontrare i maggiori agglomerati della terra destinati a moltiplicarsi come numero di abitanti nei prossimi anni. Nel 2000 in Asia 227 città superavano il milione di abitanti e 21 i 5 milioni; nello stesso continente si riscontrano i tassi di crescita più veloci della popolazione delle città medio-grandi: per esempio in Cina gli abitanti degli agglomerati urbani crescono a un ritmo del 3,9% l’anno mentre in India mediamente del 2,1% anche se per esempio nelle zone periferiche di Mumbai si raggiunge l’esplosivo tasso del 7%.

È sempre molto difficile avere un quadro preciso in ambito demografico, specie per le città, in quanto è arduo circoscriverne il perimetro esterno ma anche addentrarsi nei quartieri poveri e nelle baraccopoli dove calcolare i residenti è praticamente impossibile. Le tendenze elaborate dai principali studi in materia però sono univoche. Secondo una ricerca ONU del 2007, se nel 1975 tra le prime dieci città del pianeta tre erano asiatiche: nel 2025 saranno sette. Cifra confermata, anche se con dati leggermente diversi da città a città, da una stima del 2009. Ciò si deduce anche dal State of world's city 2008/09, un ampio e documentatissimo rapporto delle Nazioni Unite.

Quasi tutte le metropoli sorgono in riva al mare o alla foce di un fiume: questa posizione, ideale per lo sviluppo economico, rischia però di diventare causa di grave allarme se le previsioni sull'innalzamento degli oceani si tramuteranno in realtà. Un caso estremo è rappresentato dalla capitale del Bangladesh Dacca che assomma in sé tutte le caratteristiche negative che potrebbero portare a un disastro ambientale e umano: 13 milioni di abitanti, con un tasso di crescita del 4% annuo la maggior un terzo dei quali vive in slum ad altissima densità di popolazione; la città, posta al delta del Gange, è situata ad un’altezza tra i 2 e i 13m sul livello del mare, le infrastrutture per contenere le frequenti alluvioni sono molto scarse.

Ma il problema più significativo per le megalopoli dei paesi poveri o in via di sviluppo restano le baraccopoli simbolo del degrado urbano, della criminalità e delle sperequazioni economiche. Queste "città nelle città" si sviluppano a causa dell'incapacità di fornire i servizi fondamentali per una popolazione in costante aumento: la carenza o la mancanza di acqua, fognature, abitazioni, energia determinano l'emergenza. Chiunque abbia visitato uno slum ha l’impressione di trovarsi in un mondo a parte, quasi autosufficiente. È il caso della baraccopoli di Dharavi a Mumbai, la più grande dell’Asia con circa 700 mila persone stipate in 1,75 kmq, che può essere considerata come un organizzato distretto industriale per lo smaltimento dei rifiuti, senza alcuna sicurezza ambientale e senza nessuna tutela sociale. Migliaia di persone lavorano in circa 400 “unità” di riciclaggio dei rifiuti contribuendo non poco alla tumultuosa crescita economica della città, al costo però di vite umane e di un generale inquinamento.

Dagli slum può però partire il riscatto delle città poiché, come sottolineato ancora dalle Nazioni Unite, una seria politica globale sulla casa potrebbe essere un elemento chiave per progettare un futuro migliore per tutto il mondo. Un secondo aspetto da cui partire è l'investimento sulle donne, che vivono spesso in condizione marginale subendo anche violenza, e l'incentivazione del loro ruolo sociale e economico. Diminuire gli squilibri economici all'interno della metropoli significherebbe diminuire le disuguaglianze globali: alcune città hanno dato il via ad importanti riforme a livello istituzionale volte a elaborare piani urbanistici in cui la vivibilità va di pari passo con il risparmio energetico, il verde pubblico. In terzo luogo è necessario ambire a una capillare scolarizzazione dei bambini, unico antidoto alla generale disoccupazione che colpisce gran parte delle megalopoli nei paesi poveri.

Sembrano solamente piccole gocce e buoni proponimenti, tuttavia non ci sono alternative per quanti hanno a cuore le sorti dell'umanità.

Piergiorgio Cattani

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