Il presepe: una proposta umile

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In questo tempo strano e senza memoria  si parla tanto, forse troppo, di “presepe”. Il presepe è la rappresentazione di una mangiatoia (anche etimologicamente). Un recinto che si apre ad accogliere. Dice tante cose. Parla anche in silenzio,  con la forza di una proposta umile e autorevole. Non si impone con slogan pubblicitari presuntuosi e prepotenti, con discorsi altisonanti. Comunica con il suo modo di essere, rappresentandoci una storia antica e sempre nuova, più grande di noi ma capace di farsi umilmente comprendere.

Il presepe è una narrazione, un “testo”. Non è un “pretesto” da utilizzare a proprio uso e consumo. È il resoconto di un disagio, di un’esclusione: non c’era posto in albergo per una famiglia e per una nascita. È racconto dell’umile accoglienza in un luogo povero, capace di diventare spazio generativo, ospitale.  A volte, proprio il senzatetto è capace di un’ospitalità gratuita e genuina. Un castello ricco più facilmente alza ponti levatoi e, con la sua arroganza, mette a disagio e in soggezione i viandanti che cercano riparo. Non è facile bussare a porte chiuse.

Il presepe è manifestazione di un invito che si rivolge a tutti, in ogni direzione. La stella cometa è visibile da ogni latitudine e longitudine. Il presepe è apertura senza esclusioni: la tradizione inserisce gli animali, la natura tutta, l’acqua che scorre in un ruscello e fa girare le pale di un mulino, le stelle, il bosco...

Arriveranno gli stranieri, i magi, forse inaspettati ma invitati. Si includono in quel territorio, in un contesto anche per loro nuovo, accompagnati da una stella che li sollecita a sconfinarsi, a viaggiare avendo tuttavia un orientamento, una bussola, una terra verso la quale dirigere energie e speranze. Vanno lì anche per imparare l’arte di essere per davvero re. Il presepe è un testo, e ci vuole “testimoni” (portatori di un testo): presenta un Bambino che invita tutti a questa mangiatoia, a questa mensa inclusiva, a questo recinto aperto, spazio di intimità e di accoglienza, di identità relazionale. Si tratta di un regno di altro tipo.

Mettere un presepio a casa propria significa testimoniare il desiderio che anch’essa sia mensa solidale, comunità aperta e solidale. Significa che lo straniero in arrivo da strade diverse è un re che si fa concittadino, consegnandoci doni preziosi, rimanendo tra noi in uno spazio fraterno o continuando il suo itinerario, arricchito dalla testimonianza dell’ospitalità e dalla gratificazione di essere viaggio, ricerca e scoperta.

Il presepe è un testo: parla di generatività, di relazionalità, di ospitalità. Ci chiede – sembra un paradosso!- di diventare davvero grandi facendoci bambini: da questa postazione si accolgono tutti, e si accoglie il mondo, vedendo in tutti una regalità spesso misconosciuta, dimenticata, negata.

Sappiamo che, da un’altra parte, può comparire un quadro diverso, alternativo: una reggia presuntuosa, un re pauroso e prepotente, Erode, geloso dei propri possessi, infanticida. Ma non è il caso di allestire questo scenario, non fa proprio parte delle nostre tradizioni.

Scegliere il presepe, donarlo alla nostra casa, regalarlo ad altri, significa testimoniare il senso autentico dell’amore che fa nascere, che dà luogo, che genera. Abbiamo bisogno, tanto più oggi, di questo presepe. Non abbiamo bisogno di regali alternativi.

Giuseppe Milan

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