Il Social business? Si può fare

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Muhammad Yunus è un elegante signore, oggi settantenne. Un sorriso accennato, veste sempre una lunga camicia con gilet. Se avesse seguito la carriera universitaria classica sarebbe un guru di qualche Campus americano, strapagato fior di quattrini ad ogni conferenza.

Ma Yunus, che a trent’anni era direttore della Facoltà di economia a Chittagong, in Bangladesh, ha scelto una strada diversa. “A che cosa servivano quelle belle teorie economiche che andavo insegnando se quando uscivo dall’Università vedevo la gente morire di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi?”. Comincia così a progettare quella che diventerà la Grameen Bank, la prima banca al mondo che concede prestiti senza garanzia, piccoli prestiti, ma denaro necessario per avviare qualche piccola attività imprenditoriale. Per le donne soprattutto che compongono la stragrande maggioranza della clientela del sistema Grameen.

Tutto questo è raccontato nel suo primo libro, che ha riscosso un successo straordinario in tutto il mondo, “Il banchiere dei poveri”, del 1997. La storia, che ha dello straordinario, era iniziata in un piccolo villaggio: “Avevo chiesto ad alcuni studenti di aiutarmi a stilare liste di persone bisognose. Arrivò Maimuna con un elenco: per ricominciare a vivere, per poter ricostruire, 42 persone avevano bisogno di 856 taka, 27 dollari. Ero sconvolto. Diedi i soldi a Maimuna e mandai a dire alle 42 famiglie che avrebbero potuto restituirmeli con comodo e senza interessi”.

Comincia così a moltiplicarsi a dismisura, in un circolo virtuoso inimmaginabile, il sistema dei piccoli prestiti per microprogetti che il banker to the poor elargisce oggi, attraverso il sistema Grameen, a milioni di donne nei più dispersi villaggi del Bangladesh, in India e in tutto il mondo. Le statistiche documentano che dal 1977 ad oggi ben il 97% del denaro prestato è restituito nei tempi pattuiti, il 2% con ritardo, l’1% non ha restituito, “ma un giorno lo farà”, chiosa con il suo inguaribile ottimismo Muhammad Yunus.

Nel 2008 è uscito il secondo libro “Un mondo senza povertà” in cui l’economista lancia la proposta del social business, un sistema che non mira a far profitti, ma neppure sopporta perdite: ha semplicemente obiettivi sociali. “Quando vengono da me – dice Yunus - una madre analfabeta e una figlia che, grazie al microcredito, va all’Università, io penso che anche quella madre avrebbe potuto diventare un avvocato se solo avesse avuto la possibilità di accedere al denaro”.

E poi fa una riflessione più generale: “Vediamo il capitalismo crollare attorno a noi. La crisi finanziaria ce ne mostra i difetti ogni giorno. Ci ha dimostrato che il sistema del credito, così com’è oggi, può condurci al disastro. Il capitalismo chiede profitti sempre più alti. Il social business, al contrario, non arricchisce nessuno, ma crede nell’uomo e nelle sue capacità creative”. E conclude: “Io non sono contro il libero mercato, ma credo che vada conciliato con aspirazioni umanitarie. Solo così la povertà verrà sconfitta”.

”Si può fare!”. E’ un’inedita forma di capitalismo e di impresa che si basa sull’altruismo delle persone, quella che propone Mohammad Yunus nel suo ultimo libro appena pubblicato da Feltrinelli.

Che imprese multinazionali come Adidas e Danone collaborino con le varie forme di Grameen Bank messe in piedi in tutto il mondo da Yunus, non può stupire. A lui interessa l’obiettivo sociale: il benessere degli sfruttati, il riscatto di comunità reiette.

Che Danone collabori con le sue imprese di business sociale per la distribuzione di yogurt potenziato con elementi nutrizionali vuol dire salvare vite umane dalla sotto-nutrizione forzata; che Adidas distribuisca la scarpa da 1 euro non vuol dire – nella visione e nella metodologia di Yunus - dare prodotti di seconda scelta o di scarto: “Chi infilerà quelle scarpe da 1 euro dovrebbe essere orgoglioso di farlo e 'indossare' con esse anche un pò di autostima e dignità e non solo una protezione per i piedi”. I progetti del banchiere dei poveri si stanno diffondendo in Colombia, in Albania, ad Haiti, persino nelle isole Lofoten in Norvegia.

La Grameen Phone, settore telefonia mobile, si propone di dotare le donne dei villaggi indiani del cellulare (25 milioni di abbonati), strumento indispensabile in un contesto in cui i collegamenti infrastrutturali sono quasi inesistenti. La Grameen Shakti, settore energia, produce piccoli impianti solari per cucine domestiche. La Grameen Water si pone l’obiettivo di fornire acqua depurata in zone in cui altrimenti si beve acqua contaminata da arsenico.

Molto bello è il capitolo che riguarda la lotta alla talassemia, una disfunzione genetica che colpisce il sangue e richiede un trapianto di midollo osseo.È un cantiere in piena attività, quello descritto da Yunus, che coinvolge con il microcredito ormai milioni di persone nei diversi ambiti e in diverse aree dei continenti. E le fa sentire (è la cosa che affascina di più!) protagoniste del loro destino e del miglioramento della propria vita.

Roberto Moranduzzo da Vita Trentina

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