Il Far West cinese nel continente nero

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Non si è esitato a parlare di “Cinafrica” già alcuni anni fa, riferendosi alle centinaia di migliaia di cinesi partiti per costruire, produrre e investire in Africa. Nel 2009 così si intitolava il reportage di Serge Michel e Michel Beuret sul loro viaggio-inchiesta in 15 stati africani, immortalato dall’obiettivo di Paolo Woods: immagini che hanno fatto il giro del mondo, raccontando la conquista cinese del contenente nero più di mille analisi sui flussi finanziari ed economici globali.

Era il novembre del 2006 quando la Repubblica Popolare Cinese, rappresentata dal Capo di Stato Hu Jintao, dal Primo Ministro Wen Jiabao e dal Ministro degli Esteri Li Zhaoxing, accoglieva a Pechino 48 tra capi di stato e di governo africani per dar seguito al piano epocale di investimenti in Africa deliberato all’inizio dello stesso anno. Sapendo che in gioco vi erano un mercato e una manodopera potenzialmente incommensurabile, il governo cinese decise di assicurarsi una partnership indiscussa con l’intero continente africano, promettendo dal 2006 al 2009 aiuti economici (5 miliardi di dollari fra prestiti preferenziali e crediti all’esportazione), un fondo di sviluppo sino-africano per incentivare i cinesi a investire in Africa, dazi doganali di import-export ridotti a zero e la promessa di educare migliaia di cittadini africani alle più moderne tecniche agricole. Un accordo storico, che ha assicurato al paese asiatico un ruolo trainante nell’economia internazionale, diffondendo un capitalismo “senza regole”. Questa innovazione ha sedotto molti dei governi illiberali africani, grazie al mancato condizionamento degli accordi commerciali al rispetto di basilari elementi di democrazia e di trasparenza, nonché alla garanzia dei diritti dei lavoratori impiegati nelle manifatture cinesi. Le relazioni sono unicamente regolate sulla ferrea logica dello scambio tra capitali cinesi e materie prime, idrocarburi e terra africani.

Nel 2011, definito l’“anno del land grabbing (letteralmente “appropriazione di terreni”), il tema è stato presentato al grande pubblico dal documentario britannico indipendente “When China met Africa” (“Quando la Cina ha incontrato l’Africa”) che narra le ripercussioni economiche e sociali degli accordi stipulati da Pechino con lo Zambia in relazione all’acquisto di terreni e alla costruzione di infrastrutture nel paese africano. È impressionante e al contempo disorientante quanto la questione del neo-schiavismo dei braccianti africani sia riproposta a fianco delle evidenti migliorie infrastrutturali ed economiche che oggettivamente la Cina sta portando nel paese africano. La creazione di infrastrutture, e dunque l’incentivazione delle economie locali, avviene chiaramente in cambio di materie prime, quali petrolio e gas naturali, giacimenti minerari (ferro, rame, oro), legname e terra coltivabile, in quasi tutti i paesi africani.

Un tipo di economia che caratterizza la Cina come gli altri paesi a forte sviluppo dei Bric, le cui iniziali stanno per Brasile Russia India Cina, acronimo che racchiude le grandi potenze economiche del prossimo futuro in considerazione del loro peso demografico e territoriale, e delle loro economie in rapida crescita. Secondo le stime dell’International Land Coalition, sono proprio i paesi dei Bric, oltre a Corea del Sud, Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Emirati Arabi e Qatar, a rastrellare terre con l’obiettivo di assicurare beni alimentari per la propria popolazione, per la produzione di bio-carburanti, per accaparrarsi legno e minerali. Tuttavia le contestazioni a tali acquisizioni sono respinte con sdegno: il governo cinese nega ogni “rapacità” nelle sue operazioni e, anzi, sostiene di contribuire attraverso i propri investimenti all’ammodernamento delle arretrate economie locali africane.

Ne è passato di tempo dal primo intervento cinese nell’Africa sub-sahariana. Era il 1960 quando la Cina di Mao Tse-tung aiutò la Guinea a costruire una fabbrica di sigarette. Tra il 1970 e il 1976 gli operai cinesi completarono la linea ferroviaria Tazara, che collega Zambia e Tanzania, in cambio del rame delle miniere di Kitwe. Oggi sono state realizzate da cinesi ferrovie in Angola, ponti in Ruanda, autostrade in Etiopia, acquedotti, strade, porti e aeroporti in molti altri stati africani. Persino il quartier generale dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, inaugurato nel gennaio dello scorso anno, è stato interamente finanziato dal governo cinese, per una spesa totale di più di 150 milioni di euro. Questo palazzo, più di ogni altra costruzione, simbolizza gli stretti legami tra la Repubblica popolare e il continente africano e la dimensione dei “progetti di amicizia” realizzati da Pechino per i “paesi meno sviluppati”.

A dispetto del valore astronomico del traffico commerciale tra la Cina e l’Africa, secondo alcuni analisti starebbero emergendo segnali di crisi. O per lo meno dubbi, incertezze e voci circa i danni che l’apporto economico cinese ha creato in Africa. Le indiscutibili prospettive di sviluppo in Africa si sono avute a costo del land grabbing, di devastazioni ambientali (come il massiccio disboscamento della Savana in Guinea) e dell’indebitamento di molti paesi. D’altra parte anche in Cina, dopo le perdite registrate a seguito della “primavera araba” e della forte instabilità registrata in diverse aree del continente africano, sembrerebbe in corso la valutazione di uno spostamento del focus commerciale verso l’Asia.

Che sia la fine precoce di questo “matrimonio d’acciaio”?

Miriam Rossi

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