I vegetariani sono più inclini alla depressione

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I vegetariani sono maggiormente soggetti alla depressione. Ben due volte in più rispetto a chi consuma carne e pesce. Lo rileva un recente studio pubblicato sulla rivista «Journal of Affective Disorders». I dati sono stati raccolti tra un campione di adulti brasiliani e fanno eco ai risultati emersi da uno studio che già nel 2018 metteva in luce il collegamento tra una dieta a base vegetale e l’aumento di episodi depressivi. È questione di chimica cerebrale, personalità o di qualcos’altro?

Lo studio suggerisce che questa connessione esista indipendentemente dall’apporto nutrizionale, anche se sembrerebbe molto più intuitivo pensare che una determinata dieta sia causa di specifici problemi di salute perché deficitaria di sostanze fondamentali per l’organismo. La ricerca del team della dott.ssa Ingrid Kohl ha però preso in considerazione un ampio spettro di fattori legati ad aspetti nutrizionali, includendo l’assunzione totale di calorie, proteine, micronutrienti, senza trascurare il livello di lavorazione del cibo, elementi che suggeriscono sì un legame tra l’essere vegetariani e contemporaneamente essere più inclini a soffrire di depressione, ma non imputabile al contenuto della dieta nello specifico. Dunque, quale connessione sottende a questa evidenza?

Prima di tutto, si esplora la possibilità a partire dalla depressione, che porterebbe molto frequentemente a preferire un’alimentazione a base vegetale, inclinazione influenzata dal fatto che pensieri negativi e senso di colpa aumenterebbero la sensibilità verso temi di stampo etico. Considerato che persone depresse o non depresse abbiano la stessa possibilità di confrontarsi con le scomode verità dei macelli, è più probabile che persone affette da depressione si soffermino a considerare questi pensieri in maniera più approfondita, percependo un profondo senso di colpa nell’essere parte della domanda di prodotto alla base dei massacri degli allevamenti intensivi. La percezione, che in presenza di fenomeni depressivi viene tendenzialmente amplificata in modo non realistico e negativo, in questo caso è supportata da elementi concreti che dimostrano come persone con manifestazioni depressive leggere o moderate siano in grado di mettere in campo un maggiore realismo quanto a capacità di leggere le conseguenze di eventi incerti e considerare il proprio ruolo e le proprie responsabilità. E la realtà di ciò che accade nei macelli, insieme alla responsabilità del consumatore nell’alimentare l’offerta di un prodotto a basso prezzo e senza controllo etico della filiera, sono dimostrate.

Un altro fattore che sembra aumentare la percentuale di connessione tra una dieta vegetariana e fenomeni depressivi è legato ad aspetti sociali: si tratta di una scelta profonda e importante, che condiziona abitudini, valori e conversazioni e che a volte può essere associata a forme lievi o più pronunciate di ostracismo e discriminazione, soprattutto in contesti dove la dieta è fortemente improntata al consumo di carne, come per esempio il Brasile, dove lo studio è stato condotto e dove però, dal 2012 al 2018, si è registrato anche un aumento dall’8% al 16% di persone che hanno adottato abitudini alimentari senza il consumo di carne o pesce. Un dato che non è però confermato dal campione che ha partecipato allo studio, per cui su 14.000 persone coinvolte sole 82 si sono dichiarate vegetariane.

Sarebbe interessante considerare se il rapporto tra fenomeni depressivi in aumento e scelte alimentari sia lo stesso in Paesi dove il vegetarianismo è molto più diffuso, accolto, condiviso e incentivato anche da un punto di vista sociale, come per esempio in India. E una domanda viene da porsela: con l’aumento di persone che adottano abitudini vegetariane anche in Europa, il collegamento tra fenomeni depressivi e dieta tenderà a rinforzarsi o a indebolirsi?

Una terza strada che può fornire un ponte di riflessione, senza dipendere dall’uno o dall’altro fattore, può essere semplicemente il fatto che per esempio siano le donne contemporaneamente le più inclini sia alla scelta vegetariana che allo sperimentare fenomeni depressivi. Inoltre, una variabile che non è stata presa in considerazione ma che potrebbe essere legata in maniera plausibile sia al vegetarianismo che alla depressione è l’esposizione a immagini violente legate all’industria, in particolar modo della carne. Il fatto di evitare queste crudeltà è infatti tra le ragioni più citate dai vegetariani come motivazione alla base della loro scelta: documentari che svelano i retroscena dei macelli possono dunque indurre a manifestazioni depressive.

I risultati dello studio brasiliano confermano perciò che una varietà di fattori e di connessioni fanno pensare che vegetarianismo e depressione siano correlati, ma non in termini di apporto nutrizionale, quanto piuttosto in termini di contesto sociale, etico ed emotivo.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il progetto indipendente www.ecoselvatica.it per la divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice CSEN di Forest Bathing. Ha pubblicato i libri Ventodentro (2020) e Come perla in conchiglia (2024). Per la testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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