Cristiani perseguitati e tolleranza religiosa

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Hanno fatto giustamente scalpore gli ultimi episodi di violenza contro la minoranza cristiana in Iraq: attentati e uccisioni, minacce e ostilità hanno accompagnato la vita quotidiana di una comunità da sempre presente nel paese ma ora in via di estinzione a partire dallo scoppio della guerra del 2003. Nessuno rimpiange il regime di Saddam ma è un dato di fatto che i problemi dei cristiani siano cominciati dopo la fine di una dittatura che, per puri giochi tattici e di potere, tutelava in un certo modo quella minoranza religiosa. Vediamo sotto i nostri occhi un esodo silenzioso che fa allontanare dal paese le energie migliori e preclude seriamente la speranza per il futuro.

Sembra quasi però di assistere a una crudele vendetta della storia in questo accanirsi contro i cristiani a seguito di un assurdo intervento armato deciso da George Bush, il più fondamentalista degli ultimi presidenti americani, il “cristiano rinato” con la Bibbia e il fucile. Quello che imponeva la preghiera prima del consiglio di guerra ha finito per causare un imponente esodo dei cristiani medio-orientali che, questo sì per davvero, cambierà la situazione in quella martoriata zona del mondo.

È poi molto strano che, dalle colonne di giornali italiani, editorialisti inneggianti alcuni anni fa alla possibilità di esportare la democrazia e aspramente critici verso chi osteggiava questo inaccettabile tipo di militarismo, ora attacchino di nuovo quanti si opponevano alla guerra, questa volta accusandoli di non fare abbastanza per i cristiani perseguitati. Ci si dimentica della regola inequivocabile che sono i conflitti a generare ulteriore violenza e non le denuncie delle violazioni dei diritti umani. Chi opportunamente e con grande energia si batte a tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo (e con loro di ogni credente) dovrebbe sminare il terreno che favorisce il dilagare della persecuzione.

Numerose sono in tutto il mondo le faglie lungo le quali si sviluppano conflitti di tipo religioso in cui spesso i cristiani sono vittime: tuttavia sarebbe erroneo accentuare troppo la dimensione dello scontro tra fedi diverse addebitando quasi tutti i problemi al presunto espansionismo islamico. Certo è che i confini del cosiddetto mondo islamico sono incandescenti: dall’Africa sub sahariana all’arcipelago indonesiano, dall’Asia centrale fino ai margini dell’Europa si vivono situazioni turbolente in cui la liberta religiosa è compromessa. Ma dietro queste tensioni si celano interessi economici contrapposti, influenze esterne, lotte etniche. Emblematico è il caso della Nigeria ciclicamente investita da violenti scontri all’apparenza tra cristiani e musulmani, ma in realtà generati da motivi geopolitici.

La religione resta comunque miccia, detonatore e esplosivo dal potenziale distruttivo, come per esempio è avvenuto in India nella regione dell’Orissa, teatro nell’agosto 2008, di veri e propri pogrom anticristiani da parte di fondamentalisti indù con attacchi a chiese e a strutture gestite da missionari e da cristiani del luogo, con omicidi e sequestri. Il clima di paura è diffuso anche oggi perché lo Stato indiano, che formalmente tutela le minoranze religiose, fatica a mantenere l’ordine pubblico anche a causa di evidenti connivenze con ambienti fondamentalisti sorte per motivi politici.

Al di là delle singole situazioni, che hanno tutte una storia particolare, questi episodi di violenza contro i cristiani trovano ampio spazio nei mezzi di comunicazione soprattutto italiani. Dei problemi dei cristiani nei paesi medio orientali se ne parla giustamente ogni giorno da vari punti di vista e si riscontra una grande attenzione anche nel mondo politico. La Chiesa Cattolica poi, presente con la propria voce a tutti i principali consessi internazionali, solleva giustamente la questione della liberta religiosa come ha fatto di recente all’inconcludente vertice dell’Osce a Astana in Kazakistan.

Ci sono invece notizie completamente trascurate. In America latina, in particolare in Colombia e in Bolivia ma anche in Messico e in Guatemala, i cartelli dei narco trafficanti prendono di mira gruppi di cristiani minacciando di morte chiunque si opponga al loro potere. Non si può dire certo che si tratta di scontri interreligiosi (forse per questo non se ne parla) ma chi si straccia le vesti per un presunto ostracismo verso i cristiani dovrebbe occuparsi anche di chi è perseguitato perché vuole promuovere lo sviluppo umano dei poveri.

Molti evocano l’idea che i governi occidentali vengano in aiuto con la “spada” alle istanze ecclesiastiche facendo pressioni diplomatiche e adottando la logica della reciprocità: se si vogliono costruire moschee qui deve essere possibile costruire chiese in Arabia Saudita. Una proposta bislacca perché non aiuta a risolvere nessun problema ma sposta l’attenzione sul piano della contrapposizione religiosa. L’unica soluzione, frutto della mentalità laica tollerante ma anche piena attuazione dello spirito evangelico, sta nella difesa dei diritti umani universali, cominciando noi stessi a dare il buon esempio di una società libera perché aperta al diverso.

Piergiorgio Cattani

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