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Contestazione giovanile?
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Affrontare il tema della contestazione giovanile non è semplice, poiché si deve tener conto di una certa ambiguità nel linguaggio e di una diversità di significati che il termine assume rendendone difficile la comprensione. In particolare si deve tener conto di due grandi orizzonti di significato.
Prima di tutto, la contestazione giovanile indica gli atteggiamenti di opposizione al mondo degli adulti, alle istituzioni che essi rappresentano, ai loro codici morali e normativi, e rappresenta per questo una tappa necessaria della crescita e del divenire maturi. In tal senso la contestazione è un passaggio necessario, utile tanto ai giovani quanto agli adulti, i quali sono costretti a prendere atto dell’indipendenza di pensiero dei ragazzi, a riconoscerne l’autonomia, a credere realmente nella loro capacità di responsabilità.
È un’esperienza inevitabile per gli educatori, i quali imparano proprio attraverso la contestazione uno degli aspetti cruciali dell’educare: la necessità di saper fare un passo indietro, di diventare “inutili”, perché l’altro possa essere pienamente se stesso. Una consapevolezza, questa, non di rado dolorosa, eppure fondamentale per abbandonare quelle tentazioni “protettive” che confinano i giovani in una condizione di perenne subordinazione. Ma una consapevolezza al tempo stesso molto salutare, perché ridimensiona sia i deliri di onnipotenza che derivano semplicemente dall’essere nati prima, sia la convinzione che il mondo poggia unicamente sulle nostre spalle…
Quindi, da questo punto di vista, la contestazione va salutata come il segno di una richiesta di riconoscimento che deve essere presa sul serio, anche se non semplicemente assecondato: la contestazione ha bisogno infatti di interlocutori forti, convinti delle proprie idee e dei propri paradigmi morali, perché solo in questo modo è possibile l’autentico riconoscimento dell’altro.
Su un secondo versante, la contestazione giovanile richiama i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. I caratteri di questa contestazione non sono completamente estranei alla relazione educativa, ma ad essa aggiungono alcuni elementi specifici: la consapevolezza di poter essere “movimento” di protesta di dimensioni mondiali, l’idea che la protesta scavalca la sfera privata della relazione con l’adulto, il fatto che viene messo in discussione il sistema sociale nella sua globalità, la convinzione che ci sia un sistema morale oppressivo e da abbattere, la certezza che la trasformazione del mondo non abbia a che fare solo con la vita personale ma che abbia sempre implicazioni politiche.
Alle soglie del 68, il filosofo Herbert Marcuse, uno dei fondatori della scuola di Francoforte, descriveva così le caratteristiche di tale contestazione: “Voi sapete che io considero l'opposizione studentesca come uno degli elementi decisivi del mondo attuale; non una forza immediatamente rivoluzionaria, come mi è stato ripetutamente contestato, ma un fattore tra quelli che potrebbero un giorno più facilmente trasformarsi in una forza rivoluzionaria [...]. Contro che cos’ è diretta questa opposizione?
La domanda deve essere presa molto sul serio, perché si tratta di un’opposizione contro una società democratica e ben funzionante che, almeno normalmente, non si basa sul terrore. Inoltre, questa opposizione lotta contro la maggioranza della popolazione, inclusa la classe operaia (su questo negli Stati Uniti non abbiamo alcun dubbio), contro tutta la cosiddetta "way of life" del sistema, contro la onnipresente pressione di questo (che con la sua repressiva e distruttiva produttività degrada, in modo sempre più disumano, ogni cosa a merce, facendo della compravendita lo svago e il contenuto della vita), e infine contro il terrore che regna al di fuori della metropoli.
Questa opposizione contro il sistema in quanto tale è stata scatenata in un primo momento dal movimento per i diritti civili e in seguito dalla guerra del Vietnam”. Così Marcuse, che descriveva un movimento di contestazione cominciato con la protesta per i diritti civili e contro la società borghese già nella seconda metà degli anni Cinquanta con gli Angry Young Man (giovani arrabbiati) in Inghilterra e poi con la Beat Generation degli anni Sessanta. La dimensione mondiale della protesta, in realtà, non aveva come obiettivo unicamente l’alienazione della società dei consumi e assunse in alcune aree del pianeta i caratteri della protesta antimperialista e la richiesta di veder riconosciuti proprio i principi della democrazia.
Questa dimensione “pubblica” della contestazione giovanile ha profondamente segnato la nostra storia e ha condizionato l’immaginario al punto che è difficile oggi non tenerne conto per rispondere a una domanda cruciale: ha ancora senso parlare oggi di contestazione giovanile, ed esistono davvero forme di contestazione che possiamo definire tale?
Più che tentare di rispondere, provo ad accennare qualche riflessione per aggredire un tema che mi sembra particolarmente serio tanto sul piano sociale quanto su quello delle relazioni interpersonali.
A prima vista questa non è una generazione che vive un diffuso scontro generazionale. In generale possiamo dire che i giovani mantengono molto spesso un rapporto positivo con i propri genitori e con gli adulti, tendono a rimanere a lungo fra le mura di casa, e frequentemente sono in sintonia con l’universo valoriale degli adulti per loro significativi.
Da questo punto di vista, la carica sociale della contestazione giovanile appare abbastanza depotenziata, perché non si accompagna a quella radicale messa in discussione dei valori e della visione del mondo di cui gli adulti sono portatori.
Ciò non significa che non esistano istanze forti di cambiamento nel mondo giovanile: la sensibilità accresciuta di fronte alle tematiche ambientali, il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, la critica a un sistema economico insostenibile sul piano delle risorse e la convinzione che si debbano attuare politiche di decrescita, la difesa del diritto di espressione e dei diritti dell’uomo, tutto questo è il segno dello sviluppo di nuove forme di contestazione, più morbide nella scelta degli strumenti di protesta, ma non meno radicali rispetto al passato sul piano del desiderio di trasformazione della realtà. Tuttavia queste forme di protesta, che peraltro assumono talvolta i toni della protesta violenta, non sembrano appartenere unicamente all’universo giovanile, ma sono piuttosto condivise con quella parte del mondo adulto che esprime le stesse preoccupazioni.
Si tratta insomma di una contestazione intergenerazionale i cui protagonisti non appartengono a una classe sociale e non sono legati dall’età, ma condividono gli stessi obiettivi. Una situazione particolarmente visibile in molte famiglie, dove la condivisione degli ideali è un potente collante fra le generazioni.
Dobbiamo dunque concludere che viviamo in un tempo nel quale non ci sono spazi reali per la contestazione o che tali spazi risultano addomesticati all’interno della relazione educativa con gli adulti? In parte sì, ma credo che dovremmo porre l’accento su due fenomeni che segnano una possibile discontinuità abbastanza marcata fra il mondo degli adulti e quello dei giovani e che quindi potrebbero diventare occasione per lo sviluppo di nuove forme di contestazione.
Il primo è la crescente presenza, fra ragazzi sempre più giovani, di atteggiamenti autodistruttivi. Non so quanto tali atteggiamenti – che passano dall’uso delle sostanze, all’abuso di alcool, all’uso irresponsabile dell’auto – possano essere ricondotti ad una consapevole contestazione, perché mi pare che la loro matrice, come metteva in luce Enzensberger oltre dieci anni fa, sembra essere più il nichilismo che la protesta costruttiva, più la noia per il presente che l’orizzonte largo del futuro.
Anche molte forme di violenza, che appaiono assolutamente insensate, si inseriscono in questo orizzonte. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che ogni forma di nichilismo contiene una protesta contro l’esistente, contro le sue convenzioni e le sue norme morali, ed è quindi una forma di contestazione, anche se assolutamente incapace di domani. Questa forma di protesta che si esprime nell’autodistruzione non è una novità: è degli anni Settanta, gli anni della partecipazione e insieme della violenza, il primo morto di eroina nel nostro Paese. Ma questo non significa che non dobbiamo chiederci dove affondi le sue radici questa forma di disprezzo della vita al punto da non amare neppure la propria e contro che cosa questa autodistruttività sia rivolta.
Il secondo fenomeno mi sembra invece solo sulla soglia, ed è quello legato alla scarsità di prospettive di realizzazione professionale e di benessere economico per questa generazione di giovani. Dopo decenni nei quali i figli si sono trovati in una condizione migliore di quella dei genitori, questa è la prima generazione che avrà la vita sicuramente più dura dei loro padri.
Per ora a fare da tampone sembra essere proprio quel patto intergenerazionale che sostiene le relazioni. Ma mi chiedo sempre più spesso se questa incertezza non sia destinata a far maturare risentimento o addirittura odio nei confronti di coloro che non hanno saputo garantire per i figli quel benessere di cui hanno goduto, lasciando fra l’altro sulle loro spalle un’enormità di problemi da risolvere sul piano sociale, su quello internazionale, su quello ambientale.
Questa situazione è preoccupante e credo che, se non si porranno in atto seri correttivi, potrebbe condurre a forme anche dure di contestazione. E questo perché farà crescere la forbice fra i pochi garantiti e la massa crescente degli esclusi.
Si tratta solo di capire se su questa faglia, che potrebbe innescare processi di contestazione che non conosciamo, prevarranno atteggiamenti di responsabilità o se ci sarà chi sceglierà di ascoltare le sirene della violenza. Anche da questo dilemma dipende il nostro futuro e quello dei nostri figli.
Alberto Conci da Cooperazione tra Consumatori






