Cina: dilaga la protesta nello Xinjiang, centinaia di arresti e 'caccia all'uomo'

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Coprifuoco nella capitale dello Xinjiang, Urumci, dopo nuove manifestazioni di segno opposto (uiguri e han), centinaia di arresti e “caccia all'uomo” casa per casa. Una situazione che non si placa gravata dalle maglie della censura ma soprattutto da troppe ombre e reticenze e dal sospetto che i morti non siano solo i circa 150 ammessi lunedi dalle autorità cinesi, ma addirittura centinaia come denuncia l'opposizione uigura in esilio che aggiunge la notizia di un massacro: che sarebbe avvenuto ieri in una fabbrica di trattori della capitale.

La protesta insomma non si ferma nel Turkestan cinese, la provincia occidentale della Rpc dove la bilancia etnica si è fortemente spostata verso gli han (il gruppo etnico maggioritario in Cina e ora il 40% degli abitanti della regione) a discapito della comunità locale uigura (ormai ridotta al 45% del totale dopo una ferrea politica migratoria da altre province). Non si ferma la protesta, anzi dilaga, attraversa le comunità, si estende dentro e fuori dallo Xinjiang, il nome che Pechino dà alla Regione autonoma che gli uiguri amano chiamare Turkestan orientale.

Alle manifestazioni di ieri nella capitale Urumci - che hanno rischiato di degenerare in un vero e proprio scontro comunitario tra uiguri e han – si sono accompagnate proteste, subito disperse, anche a Kashgar, antica città nel deserto del Taklamakan e già teatro in passato di violenze anti-cinesi, ma anche fuori dalla Cina stessa: rappresentanze diplomatiche della Rpc in Olanda e a Monaco, in Germania, sono infatti state attaccate a colpi di pietre e molotov da attivisti filo-uiguri. Ma il peggio è successo a Urumci facendo in seguito optare le autorità locali per il coprifuoco in vigore almeno sino alle 8 di stamani.

Manifestazioni di uiguri e contromanifestazioni di han hanno infatti caratterizzato l'intera giornata di ieri nella capitale con il rischio che le due comunità, divise dalla polizia che ha disperso gli assembramenti (gli han erano armati di machete e bastoni) che rischiavano lo scontro diretto e nuove violenze. Le notizie restano confuse e difficili da controllare e valutare, specie nel merito del numero delle vittime degli incidenti di domenica scorsa e della caccia all'uomo “casa per casa” che, sul modello “tibetano”, la polizia – stando a fonti dell'esilio - starebbe mettendo in pratica per arrestare chi è ritenuto vicino alla causa indipendentista.

Secondo Dolkun Isa, segretario generale del Congresso mondiale uiguro (l'opposizione in esilio), gli episodi di violenza non si sarebbero fermati a domenica. Il rappresentante uiguro, che vive in Germania, ha detto ai microfoni di Radio3mondo (l'intervista sarà mandata in onda dalla Rai stamattina alle 11.30) che testimonianze di residenti di Urumci hanno raccontato al telefono parlando dalla capitale di una strage che sarebbe avvenuta ieri mattina in una fabbrica di trattori della città capoluogo dove sarebbero morte 150 persone. Dolkun ha detto che la sua organizzazione non può verificare i numeri che testimoni oculari hanno fatto al Congresso (da Pechino accusato di essere dietro agli incidenti), secondo cui i morti sarebbero almeno 600 o addirittura 800. Il dirigente uiguro ha detto inoltre che gli arresti potrebbero essere molti di più dei circa 1500 denunciati dai cinesi e che le forze di sicurezza danno la caccia agli uiguri casa per casa.

La situazione insomma resta tesa e non è chiaro nemmeno, oltre all'effettivo numero di vittime (600-800 è un'enormità, per intendersi il bilancio di 4-5 mesi di guerra in Afghanistan, ma anche solo 150 è una cifra rilevantissima), per mano di chi e come siano stati uccise (secondo le autorità cinesi le vittime di domenica sarebbero in maggioranza han).

Ieri comunque si è sfiorata in città l'ennesima strage (su quella alla fabbrica si attendono altre fonti che la confermino): inizialmente un folto gruppo di uiguri, circa 300 e in gran parte donne, hanno lanciato slogan e manifestato, chiedendo notizie dei congiunti catturati, sfidando le forze dell'ordine schierate in tenuta anti sommossa: “Non ce l' abbiamo con i cinesi han - strillavano le donne - vogliamo sapere solo dove sono finiti i nostri mariti”. La manifestazione non è degenerata in scontri cosa che è invece avvenuta poco dopo al corteo organizzato da alcuni appartenenti alla comunità han: i manifestanti avanzavano brandendo armi improprie, bastoni e coltelli e ci sono stati dei tafferugli con la polizia per circa un' ora, poi i dimostranti si sono dispersi.

Fortunatamente l'ansia di vendetta per gli incidenti di domenica, di cui gli han accusano gli uiguri, è stata fermata prima che i due gruppi venissero a contatto e facendo ricorso solo ai lacrimogeni. Ma la situazione, veri o non veri i numeri sulle vittime e le responsabilità, indica come le autorità cinesi fatichino a controllare il mostro che hanno creato colonizzando intere aree del paese e violando l'identità culturale delle popolazioni della Cina non han.

Emanuele Giordana
Fonte: Lettera22

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