Cina – India: un confine instabile

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Il lunghissimo confine che separa l’India dalla Cina (non esiste una misurazione condivisa ma si va dai 3.500 agli oltre 4.000 km) è una delle principali linee di demarcazione in Asia che distingue due mondi molto diversi, quasi due continenti, popolati da più di un terzo dell’umanità. Un confine geopolitico di cui si parla poco, ma che riveste un significato decisivo per comprendere dove andrà il mondo in futuro. È facile capire quanto l’accesso e il controllo della catena himalayana sia strategico dal punto di vista militare e economico, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle preziose risorse idriche, tra cui le sorgenti del Brahmaputra situate nel Tibet cinese. E si sa come la Cina voglia controllare l'altopiano tibetano anche a costo di dure repressioni.

I territori contesi tra Cina e India sulla linea di questo confine si trovano a est e a ovest dell’Himalaya, nelle regioni del Kashmir (confinante anche con il Pakistan) e dell’Arunachal Pradesh (uno dei sette stati indiani nordorientali vicini alla Birmania). Proprio questi ultimi territori, chiamati Ner (North east region) sono al centro anche negli ultimi anni di accese dispute tra le due grandi potenze emergenti: la situazione, tra scambi verbali di accuse reciproche, tentativi di accordo e movimenti militari, sembra molto lontana dall’essere risolta.

Per raggiungere questo obiettivo nel 1999 si decise di coinvolgere anche Bangladesh e Birmania, costituendo il Forum Bcim, un organismo di consultazione permanente tra i quattro paesi e tra altri attori istituzionali della regione: un esperimento importante che tuttavia si è concluso nel 2007 per l’opposizione indiana. La Cina infatti ha abilmente tessuto rapporti privilegiati con tutti gli storici “nemici”dell'India, a cominciare dal Pakistan, facendo pensare a Nuova Delhi di essere ormai accerchiata. La Cina possiede una base militare nell'arcipelago delle Maldive dove attraccano i suoi sottomarini nucleari, porti in Sri Lanka e in Bangladesh (a scopi non solo commerciali), in cambio di investimenti congiunti. Per rispondere a questa strategia l'India ha rinnovato il suo asse prioritario con gli Stati Uniti culminato nel 2005 con il discusso accordo di cooperazione nucleare tra i due paesi e confermato dall'amministrazione Obama.

Pechino rivendica a sé 90 mila km2 dell’Arunachal Pradesh, dai cinesi ribattezzato “Tibet meridionale” e compie per questo frequenti incursioni negli stati indiani limitrofi determinando l’immediata risposta dell’esercito dell’Unione. Questa regione è stata turbolenta fin dai tempi dell’impero britannico che non riuscì mai a imporre la sua autorità su zone in cui erano presenti regni autonomi dallo spiccato nazionalismo, mantenuto dopo la nascita dell’Unione Indiana nel 1947 attraverso la presenza di movimenti separatisti appoggiati da Cina e Birmania.

La guerra sino indiana del 1962 da un lato alimentò queste spinte centrifughe, dall’altro “congelò” la situazione sul terreno: la Cina vittoriosa sottrasse all’India una parte del Kashmir cedendolo poi al Pakistan (ora questo confine è tra i più militarizzati della Terra). Tutti i collegamenti via terra tra i due paesi vennero chiusi. Soltanto nel 2006 venne riaperto il valico di Nathula, storico passaggio della via della Seta (situato tra Nepal e Buthan), un segnale presentato come la pacificazione tra i due paesi. Successivamente nacque il progetto di riaprire la Stilwell Road, la via di comunicazione, costruita dagli americani durante la seconda guerra mondiale, che collega la città di Ledo nell’India nord orientale alla città cinese di Kunming nello Yunnan, passando comunque per un’instabile zona della Birmania. Ma ambedue i progetti non stanno portando al miglioramento dei rapporti di lungo termine.

Questi territori infatti possiedono anche una grande valenza religiosa per il Buddismo tibetano: nell’Arunachal Pradesh sorge il secondo monastero più importante dopo quello di Lhasa e che oggi è diventato il punto di riferimento spirituale del mondo tibetano in esilio. L’anno scorso una visita del Dalai Lama a questo monastero ha suscitato come al solito le ire cinesi e non ha certo contribuito a raffreddare gli animi.

La situazione resta ingarbugliata e non è un segnale positivo il recentissimo invio di altri 36000 soldati indiani sul confine conteso alla vigilia di un’ennesima tornata di colloqui tra Cina e India. Ma ancora una volta l’economia avvicina i due paesi. Il volume degli scambi bilaterali cresce a un ritmo del 32% all’anno passando dai 200 milioni di dollari del 1991, ai 25 miliardi del 2006, ai 60 circa del 2010. Dal 2008 l'India è diventata il primo partner commerciale della Cina: alla fine probabilmente il desiderio di fare affari supererà qualsiasi disputa territoriale.

Piergiorgio Cattani

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