Antony Suze: "Contro l'apartheid con Mandela giocammo a calcio in prigione"

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A Johannesburg la festa è già cominciata. Sulle strade si sente da due giorni ad ogni incrocio il suono delle vuvuzela, le trombette che servono per tenere alto il morale dei Bafana Bafana. Il saluto prima di lasciarsi, che tu sia bianco o nero è: “Viva Bafana”.

“Per il nostro Paese è un momento grandioso” - dice Antony Suze, che è stato prigioniero per quindici anni a Robben Island, l'isola di fronte al Capo nella quale Nelson Mandela ha trascorso 27 anni della sua vita. Incontro Antony nella sua casa a Pretoria, una cinquantina di chilometri da Johannseburg. Aveva 21 anni quando è stato arrestato insieme ad altri studenti che stavano preparando boicottaggi contro il regime dell'Apartheid, ora ne ha 68.

“Non avevamo ancora fatto nulla - racconta - ma trovarono una lista con i nostri nomi e i nostri piani. Mi condannarono a 15 anni di prigione. All'inizio molti di noi pensavano che lo Stato si sarebbe accorto presto di aver fatto un errore, invece presto realizzammo che quella sarebbe stata la nostra realtà per molto tempo”. La storia di Antony è diventata un libro e poi un film, dal titolo More than just a game” (“Molto più di un gioco”).

“Il calcio è stato centrale nella nostra esperienza di carcerati” - mi dice. “A un certo punto decidemmo di accettare la realtà nella quale eravamo destinati a vivere, e quando lo facemmo il nostro spirito si tranquilizzò, nonostante la durezza della nostra condizione. Eravamo in 90 in una cella, comiciammo a raccontarci le nostre vite, le nostre passioni, a organizzarci. Per evadere mentalmente ci fabbricavamo dei giochi con le poche cose che avevamo: la carta di un sacco di cemento per fare una scacchiera, pezzi di stoffa che diventavano un pallone. Le guardie all'inizio ci requisivano e distruggevano tutto. Ma noi ricominciavamo da capo. Capimmo che insieme potevamo raggiungere degli obiettivi e decidemmo di fare una campagna per poter giocare a calcio. La nostra vita era fatta solo di lavoro duro, al freddo, a spaccare pietre. Abbiamo costruito noi il carcere di Robben Island, persino il reparto dove un anno dopo il mio arrivo fu rinchiuso Mandela. Chiedemmo di poter giocare a calcio una volta alla settimana”.

La lotta per ritrovare la dignità i prigionieri politici di Robben Island la cominciarono così, chiedendo tutte le settimane per quattro anni di poter fare una partita. Quella di Suze è una storia lunga, che trova un posto insieme a quella di tanti altri nel “lungo cammino verso la libertà” documentato nei dettagli al Museo dell'Apartheid che ha sede a Johannesburg non lontano da Soccer City, lo stadio a forma di calabassa dove oggi si gioca la prima partita.

“Non sono d'accordo con chi critica il Sudafrica per aver speso molti soldi per ospitare la World Cup” - afferma Suze. “Per ogni singolo sudafricano il fatto che l'attenzione sia puntata sul nostro Paese è motivo di orgoglio e ha un significato simbolico enorme”. Per raccontare cosa ha fatto dopo essere uscito da Robben Island, Suze mi mostra il suo curriculum vitae. A fianco della nazionalità c'è una sola parola: “Africano”.

(Emanuela Citterio - inviata di Unimondo in Sudafrica)

 

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