4 ottobre. Inno alla nonviolenza

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Il 4 ottobre, all'indomani dalla morte di Francesco d'Assisi (3 ottobre 1226) è solennità per la famiglia francescana. In risposta anche all'odierna arroganza dei poteri pubblichiamo volentieri stralci dell'omelia del Vicario generale Fr. Michael Perry dell'ordine dei francescani minori.

Laudate si, misignore, per quelli ke perdonano,
per il tuo amore
et sostegno infirmitate et tribulatione.
Beati quelli kel Sosteranno in pace,
ka da te, Altissimo,
sirono incoronati.

Nell’ultimo anno della sua vita, Francesco ha accettato il fato che la sorella morte era ormai vicina. Mentre l’istinto umano più fondamentale era di cercare strategie d’uscita per scappare all’ultima frontiera dell’esistenza umana, la morte, Francesco è riuscito pian piano a capire che la morte non era la sua inimica. Piuttosto, lo sforzo di aggrapparsi alla vita ad ogni costo tentando di attaccarsi alle persone e alle cose, ed anche alla propria salute, come se questi elementi potevano prevenire la morte, è stata la sfida più sofferta nel suo cammino di tutta una vita verso Dio, verso l’umanità, verso se stesso e verso l’insieme della creazione.

Nonostante questa premonizione: che la morte si approssimava velocemente, nonostante l’orribile sofferenza sperimentata a causa delle infezioni che infiammavano il suo corpo, i suoi occhi, gli organi vitali; così come della malaria e della tubercolosi che lo privavano poco a poco d’energia e di sonno; nonostante la preoccupazione che l’Ordine dei penitenti potrebbero non proseguire con il sogno originale di un mondo nuovo rinnovato in Cristo, quello che Dio lui aveva rivelato, Francesco ancora una volta ha incontrato nella morte l’opportunità di celebrare la vita, e di dimostrare che la vita di penitenza e di pace sono delle tappe inevitabile che portano alla nuova vita in Dio.

I primi biografi contano che durante quest’ultimo anno di vita, Francesco ha continuato a promuovere la visione di un mondo riconciliato con tutte le sue energie. I conflitti ricorrenti tra le tre forze (poteri) che controllavano le società nell’Italia medievale, cioè la Chiesa, i Governi locali e le classe ascendenti di mercanti, sollevavano un’altra volta loro sinistre teste. Le animosità e la competizione per il potere e le risorse economiche erano sorte tra il Vescovo Guido e il Potestà Oportulo Bernardo. Sappiamo troppo bene che non era la prima volta che Francesco sarebbe intervenuto direttamente in una situazione di conflitto tra classe e forze religiose, militari, politiche e mercantile. Dobbiamo soltanto ricordare i suoi sforzi personali per assicurare la pace a Damietta, il suo intervento nei numerosi conflitti tra politici e mercanti ad Assisi. Ciò significa che Francesco ha dedicato la maggior parte della sua attività ministeriale alla ricerca di una vita di semplicità e di penitenza e a un impegno radicale nella risoluzione dei conflitti attraverso la nonviolenza. Si tratta di una dimensione alla quale ritornerà alla fine della sua vita, come lui stesso ci trasmette la testimonianza nel suo ultimo Testamento.

La chiamata a una vita di penitenza e di pace continua ad essere una delle maggiori speranze e una delle sfide più difficili da testimoniare nel Movimento Francescano oggi. Tutti noi condividiamo momenti di rabbia, ci manca la volontà di perdonare e di lasciare la gente vivere in libertà. Abbiamo paura del “diverso” e dello “straniero”, e affrontiamo la sfida di vivere in mezzo a una società umana che cerca di cooptare la nostra vocazione evangelica fondamentale. (...). C’è bisogno anche di diventare agenti attivi del perdono, della pace e della nonviolenza. (…)

Ritorniamo al palazzo del vescovo ad Assisi nel 1225 e al clima di paura, di odio, e del desiderio di vendetta che imperava sulle città di Assisi e Perugia e su tutta la regione di Perugia. Noi ci ricordiamo della chiamata di Francesco: steso sulla barella che chiede di portarlo alla corte del vescovo dove potrebbe confrontarsi con il vescovo e il podestà, e rammentare loro la fondamentale dignità come figli di un Dio amabile e ricco in perdono e invitarli ad intraprendere il cammino del perdono e della riconciliazione come cammino di ritorno da una cultura di morte, andando verso una cultura di vita rinnovata, la vita della nuova creazione in Cristo.

E fu nel patio della corte del Vescovo, steso tra due uomini in conflitto, che avevano perso la testa a causa dell’odio, dell’invidia e della competizione incessante nella ricerca del potere e delle risorse che Francesco irrompe in un canto di pace e di riconciliazione.

Laudate si, misignore, per quelli ke perdonano,
per il tuo amore
et sostegno infirmitate et tribulatione.
Beati quelli kel Sosteranno in pace,
ka da te, Altissimo,
sirono incoronati.

Fratelli e sorelle miei della penitenza e della pace, voi che siete qui oggi e ammirate il santo di Assisi, Francesco, non possiamo scappare a questa sfida, la sfida di diventare strumenti di pace, speranza, riconciliazione e amore in un mondo lacerato da ogni forma di competizione e gelosia. Possiamo scegliere di non rispondere all’invito di Francesco, anche nella sua morte, di diventare promotori della nonviolenza attiva, della giustizia e della pace. Possiamo scegliere di permettere che la violenza, l’odio e l’assenza di perdono guidino i nostri cuori, determinino le nostre relazioni e ci portino verso una cultura di morte. (…)

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